le produzioni naturali

La primavera cominciava con l'equinozio del 23 marzo: ci si aspettava ad aprile freddo, vento e pioggia. a maggio ancora pioggia, a giugno vento, e caldo solo a partire dalla seconda metà della stagione. Insieme all'estate la primavera era dal punto di vista dei campi una delle stagioni più impegnative: bisognava piantare l'orto, irrigare, scerbare e svolgere tante altre attività per assicurarsi raccolti abbondanti. Gli allevatori di api dovevano prestare attenzione affinché gli sciami non si allontanassero dagli alveari: se ciò accadeva bisognava spaventarli battendo cocci o nacchere di bronzo. Ad aprile si potevano ultimare i lavori del mese precedente completando la scerbatura dei vivai, la zappatura e l’innesto delle viti, e e il crescione, mentre tra le piante da cucina non potevano mancare il cerfoglio, la cicoria, le lattughe, il rafano, che andava consumato insieme alla birra, i capperi, la menta, l'aneto e la ruta, le enule e le ferule, queste ultime da conservare in salamoia, gli agli e le cipolle, la senape, I'erba caglio per preparare i formaggi casalinghi, la santoreggia, i cetrioli, le zucche, diverse qualità di carciofi da seme e, soprattutto, cavoli, che, visto il larghissimo consumo, andavano seminati a spaglio su ampie superfici. I cavoli e le cipolle coltivati nell’agro Pompeiano erano considerati particolarmente pregiati. Le colocsie, il coriandolo e il cumino, la nepeta (o mentuccia), la bieta chiudevano le semine primaverili: in questo stesso periodo, prima che facessero lo stelo a fiore, tutta laparte verde degli agli che era fuori terra andava torta e stesa a terra, affinchè i capi ingrossassero di più, secondo una tecnica ancora oggi in uso. I pastori dovevano marchiare i nuovi nati, se la città era vicina venderli immediatamente, provvedere in aprile ai nuovi accoppiamenti delle pecore per fare sì che gli agnellini potessero servirsi del pascolo autunnale, fare la conta dei capi e portare le pecore nei pressi dei corsi d'acqua per lavarle con la saponaria in attesa della tosatura, che avveniva tra la fine di maggio e gli inizi di giugno. Quando le pecore erano state liberate dalla lana andavano bagnate con un linimento ottenuto mescolando succo di lupini, feccia di vino e morchia di olive e dopo tre giorni portate a mare per lavarle con l'acqua marinae se questo non era possibile con acqua piovana addizionata a sale. Bisognava poi provvedere alla monta delle cavalle di razza per essere certi che i puledrini nascessero quando il pascolo era abbondante e bisognava castrare i vitelli. A maggio le viti andavano nuovamente zappate e poi spollonate, ma i lavori interessavano soprattutto le colture estensive: bisognava scerbare i campi di cereali, raccogliere i fieno e, dove si erano piantati i lupini per la rotazione delle colture, fare il <<sovescio>>, cioè bisognava interrare le pianteper azotare il terreno. Andavano, infine, raccolti in canestri di vimini e rapidamente portati al mercato quei fiori, che servivano a comporre le corone di stagione: le viole, la lavanda, i ligustri, le rose, i giacinti, le calendule. L’attività dei <<coronari>> cioè di coloro che preparavano corone di fiori per le cerimonie o anche a fini terapeutici, a seconda delle specie usate, era molto importante nell'economia del tempo, tanto che ad essa Plinio dedicò un intero libro della sua opera, e particolarmente fiorente a Pompei, come testimoniano i numerosi affreschi che la celebravano.
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