Pompei nella documentazione fotografica del '900



I decenni che hanno preceduto il Novecento videro (con l’avvento della tecnica al collodio umido) il grande sviluppo ed affermazione della fotografia che a Pompei , in particolare, si tradusse non solo come documentazione della realtà archeologica ma anche nel suo aspetto più “turistico” come souvenir di viaggio del Grand Tour soppiantando con gradualità ma inesorabilmente l’opera dei pittori e disegnatori di antichità.
Con gli inizi del Novecento la fotografia, questo nuovo ed affascinante mezzo espressivo, è ormai una realtà consolidata nell’uso. Anche Pompei, in  questo periodo, per la sua incredibile capacità di farci immergere nella realtà di una città romana “viva” in tutti i suoi aspetti diventa il naturale palcoscenico per quei fotografi che vogliono suggerire ed evocare un mondo ormai scomparso e che rientrano nella corrente della “fotografia pittorica”.
Tra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento si possono infatti inserire una serie di suggestivi tableaux vivants, scattati in edifici e lungo le vie di Pompei ed Ercolano, di Guglielmo (Wilhelm) Pluschow  e forse anche del suo più famoso ed apprezzato cugino Wilhelm von Gloeden  con l’inserimento di ragazzi nudi o vestiti ed atteggiati come abitanti delle due antiche città.
A Pompei gli scatti si concentrano lungo via delle Tombe fuori Porta Ercolano, in particolare al sepolcro a schola della sacerdotessa Mammia, nel giardino della Casa dei Vettii, scoperta nel 1894 e restaurata negli anni successivi, e in alcune abitazioni di via di Mercurio mentre ad Ercolano nel solo peristilio della Casa di Argo per la ridotta dimensione della città riportata alla luce.
Pur essendo immagini che possiamo definire “teatrali” con travestimenti in costume, retorici ed improbabili, spesso dal carattere erotico-arcadico è innegabile la loro validità trasmettendo la sensazione del fascino romantico dell’antichità, di un  passato felice e non recuperabile.
Il catalogo di queste foto è costituito da una serie ridotta di soggetti ed essendo destinate ad una ristretta cerchia di colti acquirenti furono riprodotti in un numero limitato di copie.
Al contrario largamente diffusi nei primi decenni del ‘900, continuando una tradizione già sviluppatasi nella seconda metà dell’800, sono gli scatti più propriamente destinati ad un uso turistico costituiti da un ampio catalogo di soggetti con i diversi edifici pubblici e privati del tessuto urbano di Pompei, dalle decorazioni pittoriche parietali e dai reperti più significativi riportati alla luce. 
Se queste immagini, per lo più realizzate da fotografi professionisti, per gli acquirenti dell’epoca costituivano i “Souvenirs de Pompei” da esibire al ritorno dal viaggio, è innegabile che per noi hanno invece un altissimo valore documentario in quanto riproducono edifici ed affreschi che in molti casi sono ormai perduti o fortemente danneggiati per le ingiurie del tempo e per la mancanza di adeguati interventi di restauro.

Ernesto De Carolis


  

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