Passeggiando tra le rovine



Nella descrizione dei viaggiatori del tempo la  visita a Pompei interessava per diversi motivi; la curiosità per le rovine che lentamente tornavano alla luce, il piacere di trovarsi nella luce abbagliante del sud Italia, il confronto con il vulcano incombente anch'esso meta di pellegrinaggi, la voglia di immergersi in un insieme di sensazioni che esaltavano la visione romantica della vita contrapposta alla morte e che portavano paradossalmente ad immaginare, ad esempio, le piante che fiorivano in un giardino, senza che vi fosse all'epoca un qualsiasi modo per identificarle. A scorrere i documenti d'archivio del tempo, accanto ai trasferimenti di statue e colonne verso il Museo Reale o nel giardino inglese della reggia di Caserta «per uso del Grotesco chesi costruisce nel medesim», troviamo anche le richieste per accedere agli scavi al chiaro di luna o per fare picnic: ci si rende conto così di quanto le motivazioni per le visite fossero lontanissime da quelle moderne mentre la lettura dei diari di viaggio ci racconta che ciò che contribuiva a renderle quasi epiche era la lontananza dalla capitale, il carattere un po' cialtronesco degli accompagnatori, i divieti del re, come, ad esempio, quello di disegnare i luoghi la qual cosa naturalmente spingeva al raggiro, l'ascesa al vulcano fumante, le pergole delle trattorie alla cui ombra inevitabilmente si concludeva la gita. Se da un lato emergevano le sensazioni fortemente esistenziali ispirate dai luoghi come nei versi di Leopardi o nelle note di Dickens, di Goethe e di Massimiliano d'Asburgo, dall'altra non mancavano le annotazioni di colore, garbate nelle parole di Shelley, che raccontava il suo picnic tra le colonne del tempio di Giove o ancora di Goethe quando esprimeva ad Hackert i suoi dubbi sulla provenienza dei reperti raccolti dallo Hamilton o commentava i gusti dello stesso in fatto di erotismo. Annotazioni di colore che diventavano folclore in Dumas, allorché raccontava delle disavventure Occorse ai visitatori inglesi desiderosi di disegnare le rovine pompeiane malgrado i divieti e di impossessarsi di una statuetta di Priapo: argomento che diventava poi il pretesto, giustificato storicamente proprio con i ritrovamenti pompeiani, per mettere in rilievo la superstizione dei napoletani. Pompei, però, era anche meta per altri interessi: i naturalisti del tempo ne percorrevano le strade per raccogliere piante rare, come il fondatore dell'Orto Botanico Michele Tenore, che ritenne endemiche dei luoghi ben tre specie di piante, o come gli zoologi attirati dal gran numero di lucertole, gechi e ramarri che colonizzavano le fessure tra i muri sconnessi, per non dire dei vulcanologi, che nei sotterranei delle antiche case, come ad esempio nella villa di Diomede, cercavano la prova per schierarsi al fianco dei nettunisti o dei plutonisti, che volevano, i primi, la città distrutta dalle alluvioni succedute all'eruzione, i secondi dalle alte temperature dei flussi piroclastici. Dalla gita a Pompei si tornava comunque appagati, storditi dal sole e dalle emozioni, tenendo stretto tra le mani un souvenir, un fiore raccolto tra i ruderi, un disegno schizzato di nascosto, un reperto fortunosamente trafugato o qualche falso tirato fuori dai lapilli sotto lo sguardo ingenuo del visitatore. Ricordi romantici forse, ma certamente più evocativi di un CD rom!

Annamaria Ciarallo
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