Le ville rustiche

LE VILLE RUSTICHE

Boscoreale, Villa della Pisanella, Ipotesi di ricostruzione



A partire dal II sec. a.C., l'area geografica gravitante attorno al Vesuvio fu interessata da una cospicua fioritura d'insediamenti, sia a carattere più strettamente abitativo che a carattere produttivo. Nella fascia costiera, da Capo Miseno a Capo Ateneo (ossia Punta della Campanella), la salubrità dei luoghi e le bellezze del paesaggio favorirono il sorgere di ville di otium, di ville cioè intese principalmente come proprietà a scopo di piacere oltre che di meditazione intellettuale e filosofica, come la cosiddetta Villa dei Papiri ad Ercolano.

Nella zona interna, invece, da quella pianeggiante a quella collinare, l'eccezionale feracità del terreno, che ben si prestava allo sfruttamento agricolo, determinò l'impianto di numerose ville rustiche. Il maggiore addensamento si verifica intorno all'antica Stabiae (Castellammare, Gragnano, S.Maria la Carità, S.Antonio Abate), nell'immediato suburbio e nella periferia settentrionale di Pompei (Boscoreale, Boscotrecase, Terzigno), nonchè nella valle del Sarno (Scafati).

Topograficamente queste ville erano per lo più costruite su terrazze naturali in corrisponmdenza delle curve di livello, per impedire che le loro fondazioni potessero essere danneggiate dal dilavamento, e sorgevano nei pressi di assi stradali che convergevano verso le principali vie di comunicazione del territorio, naturalmente proprio in funzione del loro preciso carattere produttivo, finalizzato non solo al consumo interno ma anche alla commercializzazione di quanto in esse prodotto.

Le prime strutture insediative (seconda metà del II sec.a.C.), nella regione vesuviana, come nella restante parte della Campania, dovettero consistere in fattorie di tipo catoniano, in fattorie cioè di modeste proporzioni, caratterizzate da una certa sobrietà dal punto di vista architettonico, con stanze semplici e disadorne disposte ordinatamente intorno ad un atrium preceduto da un cortile, e specializzate soprattutto nella produzione del vino e dell'olio. Dall'epoca sillana in poi, finì per assumere sempre maggiore importanza il settore padronale (pars urbana) della villa, riservato al dominus, ai suoi ospiti e anche, a partire da una certa epoca, al liberto procurator, posto al controllo del vilicus. In esso trovò più o meno larga applicazione l'architettura residenziale della città, caratterizzata dal lusso crescente, con il sistematico raggruppamento delle stanze (cubicula, triclinia, balnea) intorno ad un peristilio centrale. Questi ambienti, che potevano variare per numero e standard di ricchezza, erano improntati spesso a notevole raffinatezza sia nelle decorazioni parietali e pavimentali (come ad es. nella villa di P. Fannius Synistor, di N. Popidius Florus a Boscoreale, o di Agrippa Postumo a Boscotrecase), che nella suppellettile (esemplificativo, a tale riguardo, é il ricchissimo servizio di argenteria da tavola proveniente dalla villa cosiddetta delle Argenterie a Boscoreale). Il quartiere residenziale, destinato quindi all'alloggio del proprietario, la cui presenza nel fundus contribuiva in notevole misura a renderlo fructuosus attraverso il costante controllo da lui esercitato sulla familia, era sempre nettamente distinto dal quartiere rustico e servile (pars rustica), comprendente la cucina, i magazzini, le celle per la manodopera servile, le stalle e i ricoveri per gli animali da allevamento (pastio agrestis), nonchè dalla pars fructuaria, settore destinato alla lavorazione e alla conservazione dei prodotti, con i relativi impianti produttivi (torchio, cella vinaria, frantoio). La produzione del vino prevedeva essenzialmente un torcularium e una cella vinaria. Nel primo ambiente, costituito dal locale (forus o calcatorium) per la pigiatura dell'uva e la successiva spremitura delle vinacce, con pavimento e alto zoccolo di cocciopesto, e dal vano di manovra, era installato un torchio di tipo catoniano, cioè a leva, di cui esiste una fedele ricostruzione nel torculario della Villa dei Misteri a Pompei.

Esso era formato da un robusto tronco (prelum) che faceva fulcro su un sostegno (arbor) ben fissato al pavimento e veniva abbassato sulla massa delle vinacce per mezzo di un argano (sucula) impiantato tra due travi (stipites) anch'essi infissi a terra. Due botole aperte sul pavimento, rispettivamente davanti alle due buche per gli stipites e accanto a quella per l'arbor, avevano la funzione di assicurare il perfetto impianto dei travi.

La cella vinaria era solitamente scoperta ed esposta al sole, così come prescriveva Columella, e conteneva i recipienti in terracotta (dolia), parzialmente interrati (dolia defossa), disposti in file parallele con vialetti di attraversamento.
La presenza del settore produttivo, che caratterizza la quasi totalità delle ville rustiche vesuviane conosciute, conferisce loro la connotazione di vere e proprie aziende agricole, specializzate nella viticultura a conduzione diligentemente intensiva. In considerazione del fatto che in Campania e ancor più a Pompei, per i suoi stessi confini naturali, non esistevano latifondi, come invece in Italia centrale, e conformemente alla regola suggerita da Catone e dal buon senso di costruire la fattoria proporzionata all'estensione del fondo, queste ville erano generalmente pertinenti a piccole proprietà.

È verosimile ritenere che accanto al lavoro servile, documentato peraltro dalla presenza in alcune ville di ceppi di ferro e di ergastula, ci fosse spazio per i piccoli contadini liberi. 
Le ville rustiche vesuviane hanno restituito attrezzature descritte dalle fonti letterarie per la produzione prevalentemente di vino e, in misura minore, di olio, ma anche di altri prodotti quali cereali, frutta, legumi, ortaggi, di cui si sono rinvenuti resti carbonizzati. Tali prodotti costituivano le coltivazioni circa villam, le più vicine, geralmente chiuse entro recinti in muratura che fungevano da horti. Il fondo comprendeva anche appezzamenti coltivati ad erba per la produzione dl foraggio destinato al fabbisogno degli animali in esso allevati, prova ne è la costante presenza in queste fattorie di un vasto ambiente scoperto (aia), delimitato da un basso muretto, dove il fieno veniva posto ad essiccare. Le specie botaniche utilizzate per l'allevamento di bovini e ovini erano, prevalentemente, trifoglio, erba medica, pisello selvatico e fava.

 La coltura principale di queste ville era comunque la vite, tanto dominante nell'agricoltura vesuviana da penetrare fin dentro le mura di Pompei. L'esame degli spazi liberi ha, infatti, portato alla individuazione all'interno della città, particolarmente nella parte sud-orientale di essa, non solo di orti ma anche di vigneti che raggiungevano notevole estensione. Nella regione vesuviana non era coltivato un solo vitigno, le fonti ricordano infatti ben quattro ceppi di vite: l'Aminea, di grande nobiltà ma di scarso rendimento, che era piantato principalmente sulle pendici del Vesuvio, la Murgentina, di origine siciliana ma così ben attecchita a Pompei da aver preso anche il nome di Pompeiana, l'Holconia, che deriva il nome dalla potente famiglia pompeiana degli Holconii, e la Vennucula, vitigni fecondi ma non di buona qualità. Nel territorio di Pompei si producevano quindi vari tipi e qualità di vini, da quelli più pregiati delle colline a quelli più scadenti delle vigne della pianura. Il Vesvinum o Vesuvinum, il cui nome è attestato da tre anfore di Pompei ed una di Cartagine, era un vino eccellente, il Pompeianum secondo Plinio si migliorava nei primi dieci anni di invecchiamento ed era causa di mal di testa. La pratica, quindi, raccomandata da Catone, di invecchiare il vino in villa per aumentarne il valore era solo raramente possibile con i vini pompeiani per i quali più che all'invecchiamento ci si affidava spesso, per incrementarne il valore, alla manipolazione, consistente nell'aggiunta di sostanze aromatiche o di acqua salata.

I vini prodotti nella regione vesuviana non erano destinati solo al consumo da parte di Pompeiani ma anche alla esportazione, che costituiva una delle principali ricchezze di Pompei. Il rinvenimento di anfore vinarie pompeiane o di bolli pompeiani ad Ostia, in Africa, in Spagna, in Gallia attesta la presenza di vini vesuviani anche in zone molto lontane dai siti di produzione.


Bibliografia essenziale:

R.C. Carrington, Studies in the Campanian " Villae Rusticae" in JRS, 21, 1931

A.Casale - A.Bianco, Primo contributo alla topografia del suburbio pompeiano, in Antiqua, Suppl. 15, 1979
C.Cicirelli, Le ville rustiche, in Pompei - Abitare sotto il Vesuvio, Catalogo della mostra, Ferrara 1996
J.H.D'Arms, Romans in the Bay of Neaples, Harvard-Cambridge 1970
J.H.D'Arms, Ville rustiche e ville di "otium" in Pompei 79, Napoli 1984
L.Fergola, La "Villa Regina" a Boscoreale, in Pompei - Abitare sotto il Vesuvio, Catalogo della mostra, Ferrara 1996
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