Le terme

LE TERME
 

Calidarium delle terme del Foro (Giacinto Gigante)


L'importanza che rivestivano gli edifici termali nel mondo italico e romano appare particolarmente evidente a Pompei, dove si trovano ben quattro impianti pubblici all'interno della città ed uno poco fuori le mura, oltre ad impianti privati anche di grande dimensione. 
Così Pompei si dotò a partire dalla fine del IV sec.a.C. dapprima delle cosiddette Terme Stabiane e poi delle Terme del Foro, situate nelle zone maggiormente frequentate, tra via dell'Abbondanza e via di Stabia la prima e tra via del Foro e via di Nola la seconda. 

Successivamente furono realizzate le Terme del Sarno, mentre le Terme Centrali erano ancora in fase di costruzione al tempo dell'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.. 
Immediatamente fuori Porta Marina, infine, si trovano le Terme Suburbane. Attraverso questi edifici pubblici è possibile seguire lo sviluppo e le caratteristiche architettoniche degli impianti termali partendo dall'epoca sannitica (Terme Stabiane), passando per l'età repubblicana (Terme del Foro) e giulio-claudia (Terme del Sarno), e arrivando all'ultima fase della vita della città (Terme Centrali).

Dal bagno alle terme
L'abitudine del bagno caldo, che portò alla costruzione degli edifici termali, fu introdotta più diffusamente nel mondo italico e romano intorno alla metà del III secolo a.C., probabilmente con la mediazione del mondo greco dove già da tempo esistevano strutture termali funzionalmente analoghe a quelle romane. È ben nota infatti l'importanza che la cultura greca assegnava alla cura del corpo. 
Anche l'etimologia, e cioè l'origine della parola, di balneum sembra derivare dal termine greco balanéion, che designava questi impianti.

Ancora nel I sec.d.C., ci racconta il filosofo Seneca, i Romani si lavavano tutti i giorni le braccia e le gambe, per la necessaria pulizia dopo il lavoro, ma solo ogni nove giorni facevano un completo bagno... 
Pochissimi erano i fortunati che potevano avere bagni privati nelle proprie case; così, mano a mano che la consuetudine del bagno completo caldo divenne generalizzata e quotidiana, sorsero i primi impianti termali pubblici.
Inizialmente gli stabilimenti balneari dovevano essere di dimensioni assai ridotte e con un numero esiguo di ambienti. 

Nel nucleo più antico delle Terme Stabiane, che si fa risalire alla fine del IV a.C., queste caratteristiche sono evidenti: l'impianto comprendeva, sotto la palestra, un pozzo per l'acqua e dei piccoli vani quadrangolari. In questa fase presumibilmente le stanze venivano riscaldate solo con dei bracieri e l'acqua, portata alla giusta temperatura con l'uso di appositi forni, veniva versata nei bacini per le abluzioni.
Progressivamente, nel mondo romano questi stabilimenti si moltiplicarono, raddoppiando e diversificando gli ambienti e creando una sezione apposita per gli uomini ed una per le donne, come nelle Terme Stabiane e nelle Terme del Foro. Dove non esisteva una separazione formale dei due settori, come nelle Terme del Sarno e in quelle Centrali, si stabiliva in genere un diverso turno di entrata per i due sessi.

Gli impianti termali comprendevano inoltre stanze per la sauna (laconica), gabinetti per estetica e massaggi, oltre ad una palestra destinata agli esercizi ginnici. Il laconicum era un vano solitamente a pianta circolare riscaldato da bracieri. Nello sviluppo successivo della struttura termale il vano del laconicum fu spesso riutilizzato come frigidarium, cioè ambiente per i bagni di acqua fredda. 


L'edificio termale

L'articolazione degli ambienti termali si ripete secondo uno schema più o meno consueto: la sequenza cominciava con lo spogliatoio (apodyterium), di pianta solitamente rettangolare, con panchine. All'altezza della testa, lungo le pareti, erano ricavate alcune nicchie quadrangolari, con funzione di armadietti, probabilmente chiuse da sportelli di legno, usate per deporre le vesti.
Talvolta, come nella sezione femminile delle Terme Stabiane e di quelle del Foro e nelle Terme Centrali, lo spogliatoio è anche munito di una vasca .

La presenza della vasca fa ipotizzare che, in questi casi, l'apodyterium fosse utilizzato anche come frigidarium.
Il frigidarium è la stanza per il bagno freddo; con vasca ora circolare ora rettangolare, munita di due o tre gradini che consentissero al bagnante una più comoda discesa o anche di sedersi. 
Al frigidarium segue solitamente il tepidarium, una stanza per così dire di passaggio, con una o più vasche di acqua tiepida.

Dal tepidarium si passa poi al calidarium, cioè la stanza per il bagno caldo; l'ambiente ha una forma tale da consentire solo una minima dispersione del calore. Il vano è a pianta circolare o poligonale, con copertura a cupola, o a pianta quadrangolare con volta a botte o a crociera.
Lateralmente sono situate una o due vasche con acqua calda, mentre un sistema sofisticato di riscaldamento ad intercapedini (hypocausta) portava la temperatura a raggiungere anche i 40 gradi C.

Le strutture annesse agli ambienti termali
Più o meno al centro dell'impianto si apre in genere un'area porticata di forma quadrangolare, la palestra, una sorta di grande cortile interno circondato almeno su tre lati dai portici, dove gli uomini, e più raramente le donne, svolgevano attività fisiche, ginnastica e giochi .
Negli impianti maggiori, come nelle Terme Stabiane e in quelle Centrali, ai lati della palestra spesso erano annessi una serie di piccoli ambienti destinati ai gabinetti di estetica, all'unzione del corpo, agli svaghi, agli uffici amministrativi, alle latrine. Nelle terme più grandi, in genere, erano presenti locali destinati ad accogliere biblioteche e sale di ritrovo, ma a Pompei, al momento non se ne sono trovati esempi.

Nelle Terme Stabiane e in quelle Centrali, inoltre, su un lato della palestra è sistemata una grande piscina, la piscina natatoria, utilizzata per il nuoto.


L'approvvigionamento idrico e il sistema di riscaldamento
Essenziale per il funzionamento delle terme è l'approvvigionamento costante e abbondante dell'acqua e il sistema del riscaldamento.
A Pompei l'acqua proveniva dall'acquedotto del Serino e da qui veniva convogliata direttamente in grosse cisterne (castella aquae) poste nella parte più alta della città. Una serie di tubature di piombo (fistulae) o di terracotta portavano l'acqua nelle case, alle fontane pubbliche e, soprattutto, agli edifici termali. 

I forni avevano il duplice scopo di scaldare l'acqua per i bagni e, nello stesso tempo, produrre aria calda che, circolando nelle cavità lasciate appositamente libere sotto il pavimento e dietro le pareti, contribuiva a riscaldare l'ambiente.
All'imboccatura del forno (praefurnia) veniva inserita la legna da ardere che alimentava il fuoco. Di solito il forno si apriva in una stanza a cielo aperto, spesso una cantina ed era coperto da un bancone in muratura dove venivano appoggiate le caldaie. 

Negli ipocausti delle Terme Stabiane e del Foro dovevano esserci due caldaie ed una cisterna usate sicuramente per l'acqua calda, tiepida e fredda, poste una al di sopra dell'altra e, come ci racconta Vitruvio, ... collocate in modo che quant'è l'acqua che esce dal calidario, tanta ne passi dal tepidario nel calidario e dal frigidario nel tepidario...
I contenitori dovevano essere, dunque, comunicanti tra loro con un sistema di tubature munite di valvole e assicuravano il ricambio continuo dell'acqua.

Un addetto, in genere uno schiavo, controllava il funzionamento delle caldaie e, soprattutto, il rifornimento del combustibile. La legna preferita per la combustione era quella delle conifere (pini e abeti) perché produceva relativamente poco fumo e, in ogni caso, il fumo era poco grasso e quindi non causava grossi danni con l'annerimento e la calcinazione delle pareti.
L'aria calda prodotta veniva fatta circolare nelle apposite intercapedini degli ambienti da riscaldare. 

Così, il pavimento del vano da riscaldare era sollevato e sostenuto da una serie di pilastrini di mattoni sovrapposti (suspensurae) o da pilastrini di pietra o di laterizio, internamente cavi, che poggiavano su una sottopavimentazione lievemente inclinata verso il forno, per evitare la dispersione del calore e l'accumulo di condensa. Nello spazio creato tra il pavimento dell'ambiente termale e il piano d'appoggio dei pilastrini, circolava omogeneamente il vapore bollente.

Aria calda circolava anche nelle intercapedini create nelle pareti dei vani. In questo caso venivano appoggiate alla parete dei mattoni con piedini all'estremità che creavano un piccolo passaggio d'aria (tegulae mammatae
), oppure, più tardi, affiancando alla parete una sorta di mattoni di laterizio completamente cavi al centro (tubuli): l'aria che passava nell'intercapedine del pavimento veniva naturalmente convogliata, per le leggi della termofisica, verso l'alto, insinuandosi negli spazi vuoti e riscaldando l'ambiente. L'intonacatura o lo stucco che copriva la parete dell'ambiente termale contribuiva a non fare disperdere il calore che era stato prodotto.

Nelle terme
Analogamente a quanto avveniva a Roma, anche a Pompei probabilmente le terme venivano solitamente aperte al pubblico nelle primissime ore del pomeriggio, e cioè tra le tredici e le quattordici, perché queste erano considerate le ore migliori per prendere il bagno, oltre ad essere il momento più caldo della giornata, favorendo la conservazione del calore prodotto dall'attività dei forni.
Quando, come nelle Terme Centrali o in quelle del Sarno, l'impianto era unico e non esistevano sezioni distinte per le donne e per gli uomini, si dovevano imporre turni di frequentazione diversi. In questi casi, probabilmente, l'apertura delle terme era anticipata alle dieci del mattino per consentire il turno alle donne fino alle tredici, quando iniziava l'orario destinato agli uomini. 

Gli impianti rimanevano di solito aperti fino al tramonto (tra le 18 e le 19 circa), ma sostanzialmente l'orario del funzionamento degli edifici pubblici termali era stabilito da appositi regolamenti locali o da provvedimenti dell'Imperatore.
Le terme, pur essendo spesso pubbliche, potevano essere concesse in appalto ad un privato (conductor) dagli edili, magistrati competenti in materia di opere pubbliche, o da appositi magistrati, i curatores thermarum, alle dipendenze del prefetto della città.

A controllare che il funzionamento dell'impianto fosse ottimale era utilizzato molto personale di servizio, in genere di condizione servile, che si occupava dei forni (fornacari), dell'approvvigionamento idrico (aquarii), dei massaggi (tractatores), dei trattamenti estetici come la depilazione ( alipili), dell'insegnamento della ginnastica ( exercitatores).
Non abbiamo informazioni certe sul prezzo del biglietto d'ingresso alle terme: questo doveva essere quantomeno molto basso, se non addirittura gratuito.

Non è certo come fosse organizzato il percorso consueto che facevano i fruitori delle terme; il giro completo, comunque, doveva iniziare nello spogliatoio (apodyterium), per continuare con la ginnastica nella palestra o il nuoto nella piscina.
Si ritornava poi nello spogliatoio dove, in seguito alla gran sudata fatta, il corpo cosparso di olii veniva deterso con lo strigile, una sorta di lungo cucchiaio ricurvo, con cui si asportava l'olio misto al sudore e alla polvere. Dopo un massaggio, si accedeva finalmente agli ambienti termali propriamente detti dotati di vasche con acqua a diversa temperatura.

Ci si immergeva probabilmente dapprima nel tepidarium, dopo essersi frizionati con unguenti, poi si accedeva al laconicum o al calidarium dove venivano raggiunte alte temperature. Qui il calore era talmente forte da rendere necessario l'uso di appositi zoccoli di legno per evitare le scottature. 
Dopo avere sudato si accedeva al frigidarium e si terminava probabilmente il giro.
Oltre agli aspetti legati alla cura della salute e del corpo, le terme costituivano anche un luogo di incontro di uomini e donne di diversa condizione sociale ed età. Si incontravano amici, si discuteva di politica, ci si occupava di affari, si cercavano raccomandazioni, si scommetteva sulle corse dei carri o sui giochi gladiatorii, si commentavano i fatti del giorno e i pettegolezzi sulle persone in vista della città. 

Bibliografia essenziale:

H. Eschebach, Die Stabianer Thermen in Pompeji, in Denkmaler Antiker Architekur 13, Berlin 1979
L. Eschebach, Die Forumsthermen in Pompeji, Regio VII, Insula 5, in Antike Welt, 22, 4, 1991
A. Koloski Ostrow, The Sarno bath Complex, S.A.P, 4, 1990
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