Le tecniche di costruzione

LE TECNICHE DI COSTRUZIONE

Periodo presannitico od osco (550-425 a.C. circa)
I più antichi materiali da costruzione usati a Pompei, risalenti verosimilmente ad epoca presannitica furono la cruma di lava, di colore rossiccio e di aspetto poroso, tratta dallo strato superficiale della lava vulcanica su cui poggiava il territorio pompeiano e una sorta di tufo granulare nero, detto "pappamonte", di origine vulcanica, con cui furono costruite le mura di cinta della città campana.

Prima età sannitica (425-200 a.C. circa) 
In età sannitica arcaica o prima età sannitica viene abbandonato il pappamonte per un materiale molto più resistente e tenero da lavorare, il calcare del Sarno, ricavato dai sedimenti di carbonato di calcio ammassatisi nella valle del Sarno, nel letto e sulle sponde del fiume stesso. Di aspetto poroso e di colore giallo chiaro, esso si presentava ricco di tracce vegetali assorbite durante il processo di sedimentazione, ma non si prestava ad essere utilizzato, in quanto più che tagliarsi si sgretolava, per la posa in opera di capitelli, fregi e cornici architettoniche. In calcare, tagliato in grossi lastroni quadrangolari isodomi, secondo la tecnica dell'opera quadrata (opus quadratum), furono alzate le mura delle più antiche case ad atrio (Casa del Chirurgo, atrio della Casa di Pansa ecc.) che inaugurarono il cosiddetto periodo delle case ad atrio calcareo. I Romani fecero proprio questo sistema edilizio perfezionandolo quando, espandendosi in Campania, vennero in contatto con la più raffinata civiltà dei Greci che, usando l'opera quadrata, avevano introdotto una certa regolarità nel taglio e nella disposizione dei blocchi.

Da questo sistema greco di perfetta isodomia deriva la tecnica dell'opera quadrata in Pompei.
Alla stessa epoca, usata soprattutto per le pareti secondarie delle case, appartiene la tecnica detta "a nervature litiche", costituita da blocchi di tessitura lunghi e stretti in pietra del Sarno disposti e in senso orizzontale e in senso verticale e infarciti nei larghi interstizi con rozzi frammenti della stessa pietra legati con argilla.

Seconda età sannitica (200-80 a.C.)

In età sannitica avanzata o seconda età sannitica, fu adoperato, contemporaneamente al calcare, il tufo di Nocera, introdotto in Pompei verso il 100 a.C., utilizzato anch'esso in opera quadrata.
Si tratta di una pietra a tessitura compatta che favoriva, per la sua struttura e per la facilità con cui si prestava ad esse modellata, la proliferazione dei motivi ornamentali di tipo ellenistico come portali e capitelli, e il decollo dell'
edilizia monumentale.

L'invenzione della malta, pasta coesiva molto più resistente dell'argilla, risultante dall'impasto di calce e di sabbia vulcanica, favorì l'affermarsi di un'antica tecnica costruttiva, l'opera cementizia (opus caementicium), collocabile cronologicamente in Pompei fra il 300 e il 250 a.C. e diffusa a questa data in tutta l'Italia centro-meridionale per l'abbondanza in quest'area geografica della pozzolana. Vitruvio la decantava per l'ottimo potere coesivo, riferendosi soprattutto a quella dei territori stretti intorno al Vesuvio e a quella flegrea, di colore grigio-chiaro e giallognolo.

Considerando il rapporto esistente tra il territorio e il materiale ivi reperibile, si può ipotizzare che Pompei sia stata il centro di irradiazione di tale maniera edilizia o, per lo meno, una delle prime città in Italia ad usufruire di tale tecnica.
Elementi essenziali della struttura cementizia erano, oltre la malta, i caementa, che si differenziavano in ciottoli, scapoli, massi e scaglie, ammorsati dal potere coesivo della malta.

L'opera cementizia si poneva in esecuzione senza paramento o con paramento; nel primo caso era usata per le sottostrutture: per le fondazioni e i podi dei monumenti, per i muri isolati, per le volte; nel secondo caso era utilizzata per il sopraelevato dei muri e pertanto i caementa venivano rivestiti con una crosta di protezione che, oltre a mascherarne l'aspetto grezzo, serviva altresì ad evitarne lo sgretolamento prodotto dagli agenti atmosferici. In questo caso le murature che fanno da cortina di paramento possono essere in opera quadrata, incerta, mista, reticolata ecc. e si può parlare più debitamente di opera a sacco. La struttura cementizia può essere considerata come una fase più antica di un altro sistema edilizio, l'opera incerta (opus incertum) che appare in Pompei già dal periodo sannitico arcaico o prima età sannitica (425-200 a.C.), strutturata con frammenti irregolari di lava, cruma di lava e pietra del Sarno tanto nel nucleo cementizio interno quanto in facciata. Verso il 100 a.C. tale tecnica, che nell'Urbe è già scomparsa soppiantata dall'opera quasi-reticolata, a Pompei si perfeziona, differenziandosi i frammenti del nucleo interno da quelli in cortina esterna lavorati in tufo di Nocera secondo forme poligonali più regolari.

Periodo romano (80 a.C.-79 d.C.)
Nell'80 a.C., diventando Pompei colonia romana, tale sistema entra nel periodo di sua maggiore fioritura, sotto la spinta degli orientamenti dell'architettura ufficiale romana che veterani e coloni di Silla diffusero durante la ricostruzione della città italiche, resasi necessaria dopo le guerre rovinose contro Mario. Secondo tale tecnica sono costruite le torri, il Teatro, l'Anfiteatro e molte case sorte in questo periodo in cui Pompei da municipio si trasforma in colonia. Naturalmente, anche se continuarono ancora ad essere usate tecniche preromane, la romanizzazione delle città comportò la larga diffusione delle tecniche edilizie proprie dei Romani, come l'opera laterizia (opus latericium), utilizzata in Pompei e in Ercolano a partire dall'età augustea (27 a.C.) come paramento di muri a sacco, negli angoli degli edifici, nei pilastri laterali delle porte, nelle lesene e nelle colonne. Di forma quadrangolare o triangolare erano considerati laterizi tanto i mattoni quanto le vere e proprie tegole, spesso gli uni e le altre destinate al taglio per essere utilizzati nelle costruzioni; si differenziavano però nel colore, nello spessore, nell'impasto. Colonne in mattoni triangolari, posti in paramento con il vertice rivolto verso l'interno, ha la Basilica di Pompei e parti in laterizi presentano alcuni monumenti costruiti o restaurati dopo il terremoto del 62 d.C., come le Terme Centrali, l'Edificio di Eumachia, il Tempio di Venere, il Macello. La rapida presa che tale sistema edilizio ebbe in Pompei e nelle zone del suburbio era favorita, oltre che dalla facilità con cui si scalpellava il materiale laterizio, anche dall'abbondanza di argilla e di sabbia vulcanica nelle zone intorno al Vesuvio; ottima la sabbia vulcanica della zona di Pozzuoli.

Databile in Pompei da Augusto in poi è anche l'opera reticolata (opus reticulatum) che, apparsa in Roma circa un cinquantennio prima, costituiva il perfezionamento di un precedente tipo di muratura d'impianto analogo ma più irregolare, il quasi-reticolato (opus quasi reticulatum), riferibile cronologicamente al 100 a.C. in Roma e all'80 a.C. in Pompei (scena dell'Odeion), al tempo della deduzione della colonia sillana. È una muratura che si sviluppa in filari di blocchetti di tufo di regolarità geometrica tagliati in forma di piramide e messi in crosta con la base rivolta verso l'esterno e il vertice disposto verso l'interno. Tecnica muraria alquanto costosa, soprattutto quando si esprime in bellissimi giochi di reticolato policromo, è naturale rinvenirla solo in murature di case appartenenti a famiglie di un certo rango o in edifici di uso civile (Terme del Foro, parete sud del Macello), o incorniciata in pareti di laterizi o immorsata in pilastri di mattoni. In questi ultimi due casi si può parlare di vera e propria opera mista (opus mixtum), ma è molto difficile rinvenirla a Pompei e ad Ercolano, in quanto si afferma in Roma solo immediatamente dopo la catastrofe del 79 d.C., vale a dire nell'epoca dei Flavi. Più comune è la tecnica mista di incerto e mattoni, impiegata specialmente nella ricostruzione seguita al terremoto del 62, in quanto offriva la possibilità di riciclare il materiale di risulta degli edifici demoliti o da demolire.

Frequente in età augustea è anche l'opera listata o vittata ( opus vittatum, listatum), sistema misto di blocchetti tufacei e di mattoni, disposti a filari alterni: una o due file di mattoni o di tegole giustapposte a una o a due file di blocchetti squadrati di tufo grigio di Nocera o di tufo giallo della zona flegrea o di calcare del Sarno. A Pompei e ad Ercolano si incontra nelle colonne e negli stipiti di alcune case, nei pilastri divisori delle botteghe e in catene di sarciture di vecchie pareti, ma anche questa tecnica si trova prevalentemente applicata dopo il terremoto del 62 d.C., pur cominciando ad esistere in età repubblicana.

Con la ricostruzione e i restauri conseguenti al terremoto del 62, evento che sconvolse in profondità le strutture edilizie pompeiane, si ha un reimpiego dell'opera laterizia, mista e reticolata con il riciclaggio, il più delle volte, dei materiali di risulta estratti dalle rovine stesse delle case danneggiate o demolite. Accanto a questi sistemi edilizi compare una nuova tecnica muraria, svelta e leggera, l'opera a graticcio (opus craticium), strutturata con tralicci di legno riempiti di frammenti di pietra amalgamati con gesso e utilizzata, a motivo della sua leggerezza, per il soprelevato dei piani superiori o per i tramezzi delle case.

Bibliografia essenziale:

T. e J. P. Adam, Le tecniche costruttive a Pompei, in Pompei 1748 - 1980. I Tempi della Documentazione, Roma 1981
AA.VV., Pompei, vv. I-II, Napoli 1992
G.Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio, Roma 1957
 
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