Le rovine nei racconti

Pompei non fu solo luogo di visita, ma anche scena per i racconti che alcuni autori vi ambientarono. Vi erano, infatti, tutti gli elementi adatti alle storie drammatiche del tempo: il grigio delle rovine in contrasto con la serenità dei luoghi, la vegetazione scarmigliata, la presenza distruttiva del vulcano, il ricordo di un mondo pagano crollato sotto il peso delle sue colpe, i fasti di un impero destinato all'oblio e soprattutto i calchi degli uomini, anzi, «il calco» per antonomasia, quello di un giovane seno femminile che la tradizione attribuì immediatamente ad Arda Marcella, figlia di Diomede. Nella narrazione perfino i fiori e le farfalle diventavano attori: l'asfodelo ritenuto il fiore dell'Ade, il papavero considerato il fiore dell'oblio, la Cleopatra che manco a dirlo svolazzava giusto nella casa di Meleagro. In ogni caso tornavano di continuo quegli elementi che i visitatori attenti e colti registravano nei loro diari di viaggio in un gioco di specchi che faceva diventare la realtà invenzione e invenzione la realtà. Le trame stesse dei racconti erano costruite per amplificare questo gioco di specchi usando l'allucinazione e il sogno come espediente: Norbert, il giovane e ricco protagonista di Gradiva, che si metteva in viaggio per inseguire un suo sogno tormentoso, l'Ottavio di Arria Marcella che a differenza dei suoi amici crapuloni che sghignazzavano lungo la Via dei Sepolcri si commuoveva davanti al sepolcro di Mamia, ricordando il calco del seno della fanciulla, che in una allucinata visita notturna negli scavi avrebbe rivisto e seguito, il signore di Aspremont di lettatura che correva verso le Terme dove avrebbe sfidato a duello il suo rivale in amore si muovevano tuttavia in uno scenario reale, tra rovine descritte con grande accuratezza, come nel caso, ad esempio, di quelle della Villa di Diomede in Arria Marcella. Il risultato appare sorprendente per cui alla fine i lettori seguono i protagonisti quasi fossero guide improvvisate in un giro turistico tra le vie della città antica: l'unica concessione all'invenzione era la descrizione delle piante, che crescevano nei giardini, ma ciò accadeva anche nella realtà. Sembra cosi che l’Ottavio di Arria Marcella e i suoi amici ci precedano lungo un itinerario che noi stessi avremmo scelto: tornarono quindi sui loro passi, e presero un sentiero trasversale alla via della Fortuna; ascoltavano distrattamente il cicerone, che passando davanti od ogni casa la indicava con il nome inventato al momento della scoperta in base a quella particolare caratteristica: - la casa del Toro di bronzo, la casa del Fauno, la casa del Vaso, il Tempio della Fortuna, la casa di Meleagro, la taverna della Fortuna all’angolo della via Consolare, l'Accademia di musica, il Forno bannale, la Farmacia, la bottega del Chirurgo, la Dogana, l'abitazione delle Vestali, l'albergo di Albino, le Terme, e così via sino alla porta che immette nella strada delle Tombe. Altrettanto sorprendente è la descrizione dei luoghi esterni all'antica città: i proprietari dei due alberghi che in Gradiva si contendevano le attenzioni degli occasionali turisti non erano altro che gli avi degli attuali proprietari, i festoni di maccheroni stesi ad asciugare nel tratto di strada che attraversava Torre Annunziata erano identici a quelli ripresi nelle prime foto Alinari, il giardino di miss Ward in letteratura è quello tipico delle ville di campagna che punteggiavano le pendici del Vesuvio. Così come descrivevano la moda del tempo il rito del tè che si consumava nelle case affacciate sul golfo abitate dagli inglesi, le monumentali corna montate in oro esibite sulla consolle negli ingressi delle ricche abitazioni, la preferenza per le rose rosse di Sorrento, per le rose tea, per i fiori d'arancio Che lasciavano cadere mollemente i loro petali, per il profumo dei cedri e dei limoni adagiati sulle pergole nei giardini: e a rileggere quelle pagine sembra di immaginare il sapore dolce dei rosoli e il sottile odore degli oli profumati, le cui ricette ormai nessuno più ricorda.

Annamaria Ciarallo 
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