Le attività commerciali e industriali

LE ATTIVITÀ COMMERCIALI E INDUSTRIALI 


Fin dalle prime fasi della sua vita Pompei ha dimostrato vocazione per i commerci. 
La sua stessa posizione topografica ha favorito la nascita e lo sviluppo di una fiorente e duratura attività commerciale, riflessa anche nello sviluppo urbanistico della città.
Infatti essa si trova alla confluenza delle principali vie di comunicazione dei grossi centri della Campania, come Cuma e Neapolis, Stabia e Nola. Inoltre la vicinanza al fiume Sarno, allora navigabile, alla cui foce sorse il primitivo nucleo di Pompei, favorisce le comunicazioni tra i centri della Campania interna e la costa. 

Cuore delle attività commerciali di Pompei è l'area del Foro, centro del nucleo più antico della città, che mantiene nel tempo inalterato il carattere di fulcro della vita civile, religiosa e commerciale. 
Tutt'intorno alla piazza si aprono una serie di botteghe (tabernae); nel Foro prendono posto gli edifici con funzioni civili, ma soprattutto quelli che sono sede delle grandi attività commerciali. 
Così all'angolo nord-est della piazza si apre la Basilica che, oltre ad essere adibita all'amministrazione della giustizia, è il luogo di incontro delle più importanti transazioni commerciali. Una serie di strutture destinate alla vendita di prodotti alimentari occupa l'area occidentale con il Macellum, mercato coperto destinato alla vendita del pesce, dei cereali, della frutta, mentre la verdura era invece venduta sul lato opposto della piazza, nel Foro Olitorio.

I diversi sistemi di misurazione usati dai commercianti provenienti anche dai centri vicini e lontani, venivano tradotti nelle unità di misure ufficiali di Pompei nella Mensa Ponderaria, una tavola di pietra con le misure di capacità, con duplice iscrizione in osco e in latino. Appositi magistrati erano poi incaricati di vigilare per impedire arbitrii da parte dei negozianti.
Le fertilità del suolo, infine, consentì lo sviluppo di una fiorente agricoltura, i cui prodotti lavorati furono esportati in tutto il Mediterraneo. 

Ampie aree dovevano essere coltivate a cereali, come testimonia una diffusa attività legata alla produzione del pane. Non solo gli oltre trenta panifici identificati a Pompei, ma anche molte ville situate al di fuori della città possedevano spazi e strutture per la lavorazione dei cereali, dalle aie per la trebbiatura, ai magazzini per le granaglie (horrea), alle macine che erano azionate di solito da asini o da cavalli bendati, talora da schiavi. Anche coloro che non avevano assolto a un debito scontavano quanto dovuto lavorando alla macina, come accadde a Plauto, autore di commedie, che aveva fatto fallimento per organizzare una compagnia teatrale.

La durezza del pane antico, consumato solo fresco, è proverbiale in quanto le farine, essendo scadenti assorbivano poca acqua. Un'altra causa di tale inconveniente era l'insufficienza quantitativa e qualitativa del lievito che, essendo conservato troppo a lungo, finiva per inacidire. Il lievito, infatti, veniva prodotto per tutto l'anno durante la vendemmia, con mosto d'uva, lasciando fermentare in essa un pò di impasto di farina. 


Il garum
Una celebre produzione alimentare pompeiana, apprezzata anche nella stessa Roma, era una tipica salsa di pesce di origine orientale che aveva avuto grandissimo successo in tutto il mondo romano: il garum, detto anche liquamen, noto a Roma come garum pompeianum. Questo, prodotto della macerazione di alcuni tipi di pesce in salamoia, costituiva il condimento principale per insaporire le carni.

La preparazione del garum era un'operazione lunga e complessa: gli intestini di alcuni pesci, sgombri o tonni o murene per la produzione più pregiata, venivano messi a macerare al sole in apposite cisterne, con abbondante sale, che aveva la funzione di impedirne la putrefazione. Periodicamente il miscuglio veniva battuto e mescolato fino ad ottenere una sostanza cremosa, che era filtrata in appositi canestri. Il risultato dell'operazione costituiva il garum più pregiato (flos flos, cioè il fior fiore), costosissimo, che secondo Plinio il Vecchio aveva un costo tanto elevato da superare il prezzo dei profumi. Lo stesso Plinio ci ricorda che, quando era fatto ad arte, il garum acquistava il colore ed il sapore del vino mielato e che poteva essere gustato anche da solo.

La parte scartata dalla produzione del flos flos, più liquido e meno pregiato, era chiamato hallex, preparato anche con acciughe. 
Esisteva una varietà di garum ancora meno pregiata, che veniva diluita con acqua, la lumpa.
Il garum veniva conservato in appositi recipienti di terracotta, detti vasa faecaria, ricoperti di paglia e venduto anche a Roma.
A volte erano importati dalla Spagna quantitativi di garum grezzo, la cui lavorazione veniva portata a termine a Pompei. La più celebre officina di garum di Pompei era certamente quella degli Umbricii, apprezzati fabbricanti che trasformarono una precedente abitazione in laboratorio, dove furono rinvenuti sei orci di terracotta, contenenti tracce della salsa.

Il prezzo del garum variava dai 16 denari a libbra per la qualità migliore, ai 12 denari a libbra per quella meno pregiata.


La vite e il vino
Oltre al garum, uno dei prodotti più largamente diffusi era il vino. La coltivazione della vite aveva un ruolo di primo piano nell'economia di Pompei. Erano rinomati, infatti, i vini prodotti dalle viti coltivate alle pendici del Vesuvio dove il terreno, ricco di acido fosforico, favoriva la qualità e l'abbondanza dei raccolti. Il naturalista Plinio il Vecchio ricorda la bontà dei vini pompeiani, che raggiungono il massimo del pregio nell'arco di dieci anni, anche se ne sottolinea la pesantezza, che provocava mal di testa per alcune ore.

Un particolare tipo di vite, denominata Murgentina, proveniente dall'area della città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei ed ebbe qui uno sviluppo tale da mutare il nome in Pompeiana. Una altra particolare varietà, denominata Holconia, che si diffuse poi anche in Etruria, prese il nome dalla famiglia degli Holconii, celebri viticoltori di origine pompeiana di età augustea.
Anche la fortuna economica della famiglia degli Eumachi, alla quale apparteneva la potente sacerdotessa di Venere, Eumachia, proveniva in buona parte dalla coltivazione della vite, oltre che dell'olivo. 

Le viti erano spesso sostenute da pergole (vitis compluviata) poste a distanza regolare, a poco meno di un metro e mezzo, come suggeriva Plinio il Vecchio. Scavi recenti hanno identificato le radici di alcune vigne, consentendo di ricostruirne la disposizione interna dei filari. Spesso tra le viti erano piantati legumi, in genere fave, non solo per lo sfruttamento più razionale dello spazio, ma anche perché arricchivano il terreno di sali minerali.
Le famiglie più ricche coltivavano i vigneti in ampi possedimenti fuori dalla città. Così le ville extraurbane erano dotate, oltre che del settore padronale con raffinati ambienti riccamente decorati, di ampi spazi destinati alla lavorazione e alla conservazione dei prodotti agricoli. Delle oltre trenta ville individuate intorno a Pompei, la quasi totalità era dotata di strutture per la produzione del vino.

Dopo la vendemmia e la pigiatura con i piedi, i grappoli venivano portati in ceste negli ambienti dove era collocato il torchio e messi sotto la pressa per ricavare la maggiore quantità di succo. Il prodotto veniva raccolto in un canaletto che partiva dall'area intorno al torchio e di qui passava nella cella vinaria sottostante. Il vino era conservato in grossi orci di terracotta disposti su file e in parte infossati nel terreno, per evitare che sbalzi di temperatura danneggiassero la fermentazione.

Esistevano differenti tipi di vino. Il più diffuso era la cosiddetta Lympa vesuviana, vino rosso che, come tutte le altre qualità di vino, non veniva mai consumato puro, ma diluito con acqua per circa due terzi e consumato, in genere, a partire dalle ore pomeridiane.
Venivano prodotti, inoltre, vini aromatizzati con fiori, come rose o viole, con spezie o con miele. Quest'ultimo, chiamato melsum, era usato anche come vino medicinale. 
Cuocendo il mosto in recipienti di metallo si ricavava il defrutum, una bevanda densa e spesso aromatizzata con spezie.

Il commercio del vino
Il vino pompeiano era esportato anche al di fuori della Campania, in anfore da trasporto, dotate di una parte terminale appuntita in modo da favorire la disposizione nelle stive delle navi a file alternate.
È proprio attraverso l'analisi dei bolli impressi sulle anfore che è stato possibile delineare la diffusione delle esportazioni.
I prodotti agricoli pompeiani erano diffusi grazie a stretti rapporti tra i viticoltori e i negotiatores, cioè i grandi commercianti che facevano i propri affari nelle provincie della Gallia Narbonense o dell'Africa settentrionale.

Bolli di viticoltori pompeiani su anfore da trasporto sono stati infatti individuati in Gallia meridionale, come nel caso di  Porcius, identificato da alcuni con il M. Porcio, ricordato in iscrizioni per la costruzione dell'Anfiteatro di Pompei, oltre che per quella dell'Odeion. La diffusione del vino di Porcius sembra interessare in particolare un percorso commerciale che, partendo da Narbonne, giungeva a Toulose e infine a Bordeaux. 
Anche il porto di Marsiglia doveva svolgere un ruolo importante nei commerci di vini campani e pompeiani, se in alcuni relitti di navi da carico rinvenuti a largo della costa francese sono state individuate numerose anfore vinarie, probabilmente di provenienza pompeiana. 

Sulle coste dell'Africa, e in particolare a Cartagine, giungeva invece il vino degli Eumachi, proprietari terrieri i cui interessi economici erano rivolti sia alla produzione del vino e dell'olio, che alla fabbricazione di anfore da trasporto, attività nella quale erano impegnati anche i Lassi. 


L'industria della lana 

L'industria tessile era fiorente a Pompei ed era tenuta in gran conto nella compagine sociale: le associazioni artigiane, legate al settore, avevano un forte peso nella vita politica della città. 

L'industria della lana era collegata con le grandi proprietà terriere nei pressi di Pompei, sui monti Lattari, ma anche in Puglia e nel Sannio dove greggi numerosi procuravano abbondante lana grezza, che veniva poi lavorata attraverso un complesso sistema di operazioni.
La ricca produzione di tessuti di lana soddisfaceva ampiamente la domanda locale, tanto che consentiva una fiorente attività di esportazione.
Sulla piazza del Foro si apriva l'Edificio di Eumachia, dove, secondo alcuni studiosi, si svolgeva l'attività commerciale legata ad uno dei settori più redditizi dell'economia pompeiana: il mercato della lana.

L'Edificio di Eumachia
L'Edificio di Eumachia fu costruito durante il regno di Tiberio dalla sacerdotessa Eumachia, esponente di una delle famiglie più potenti e ricche di Pompei, impegnate nella produzione di prodotti agricoli. Due iscrizioni ricordano la dedica dell'edificio alla Concordia Augusta e alla Pietas da parte Eumachia, sacerdotessa di Venere: una sulla facciata che apriva sul Foro e l'altra lungo il lato che dava sulla cosiddetta via dell'Abbondanza, certamente la via più importante per le attività commerciali di Pompei. 

Sulla facciata si aprivano una serie di piccole nicchie, che ospitavano statue, e due grandi nicchie rettangolari, forse utilizzate per le vendite all'asta, tenute dal banditore (praeco) e da un banchiere (argentarius).
Dal breve corridoio tra la facciata e la corte interna si accedeva ad alcuni piccoli ambienti, in uno dei quali era posto un orcio per raccogliere l'urina, utilizzata nei processi di lavorazione della lana.
All'interno dell'edificio, l'ampio cortile era circondato da colonnati disposti su due piani e terminava con una abside centrale che ospitava la statua della Concordia Augusta. All'interno del cortile erano disposte alcune statue onorarie, delle quali restano le basi.

Il muro del portico doveva avere una ricca decorazione con uno zoccolo di lastre di marmo e pitture del terzo stile pittorico, solo in piccola parte conservate. Un portico più esterno, circondava l'edificio su tre lati, comunicante tramite un passaggio con la via dell'Abbondanza. Nel secondo portico, una nicchia più piccola ospitava la statua di Eumachia donata dalla corporazione dei follatori (fullones).
L'edificio fu danneggiato gravemente dal terremoto del 62 d.C. e quando l'eruzione del 79  mise fine alla vita di Pompei, i restauri del primo cataclisma non erano stati ancora ultimati.

La lavorazione della lana
Le vesti di lana erano le più diffuse, in tutti gli strati della popolazione, a differenza della seta, del lino e del cotone, destinati alle classi più abbienti. Le attività manifatturiere legate alla lana coinvolgevano un alto numero di lavoranti: a Pompei si sono infatti rinvenuti sicuramente almeno trentotto impianti, specializzati nei vari trattamenti della lana.


La prima fase della lavorazione della lana
La lana grezza, tosata nel periodo tra l'equinozio di primavera e il solstizio d'estate, veniva dapprima lavata. A questo scopo provvedeva l'officina lanificaria (Regione VII 12, 17): la lana tosata veniva lavata e poi, per eliminare il grasso residuale (oesypum), messa a bollire in caldaie di piombo insieme ad erbe sgrassanti. 

Il deposito di grasso che era stato eliminato dalla lana veniva raccolto e utilizzato nella cosmetica e nelle pratiche di medicina, essendo ricco di lanolina. Terminate le operazioni di pulitura, si procedeva alla asciugatura e alla cardatura con un pettine di ferro, per disporre il prodotto alla filatura.


La filatura
L'officina segnava con precisione la data di inizio della filatura, che avveniva agli inizi di agosto. Le filatrici con fuso e conocchia attorcinavano i fiocchi di lana con movimento rotatorio e bagnavano di tanto in tanto il filo che si andava creando. Per agevolare questa operazione il filo veniva teso verticalmente da pesi rettangolari di terracotta forati.  

Il filo così ottenuto era tinto con colori vivaci come il rosso, utilizzando la secrezione del murice, cioè la porpora, o il giallo, usando gli stimmi dello zafferano. A volte pare che la lana venisse tinta ancora prima della tosatura, sulle pecore stesse.
Una volta preparato, il filo era pronto per essere tessuto, compito assolto dalle officine tessili (textrinae) (Regione IX 12, 1-2, 3-5). 


La tessitura
Almeno cinque officine tessili sono state individuate. Si tratta di ambienti strutturati in vani diversi, destinati alle varie operazioni.  Normalmente la tessitura avveniva al piano superiore, mentre il piano inferiore era destinato alla vendita dei tessuti già pronti. 

I fili di lana venivano messi su un telaio in genere verticale e iniziavano le operazioni di tessitura. Questa veniva svolta generalmente da donne, come testimoniano le iscrizioni dipinte sulle pareti di alcune officine. I pezzi di tessuto erano così pronti per essere sottoposti alle fasi successive della lavorazione. Un'iscrizione ricorda che il prezzo per la tessitura di una tunica è di quindici sesterzi.


La follatura
La fase più delicata della preparazione dei tessuti di lana era la follatura. 

I fullones costituivano la più potente corporazione artigiana e avevano scelto come patrona la sacerdotessa Eumachia, che aveva sposato un esponente della famiglia dei Numistrii, di origine lucana, impegnata in una grossa attività commerciale basata sulla lana. L'animale protettore dei fullones era la civetta (ulula), sacro a Minerva.
Sono state individuate almeno ventitré fulloniche nella città di Pompei, le più grandi delle quali sono situate lungo la via dell'Abbondanza e la via Stabiana.

L'impianto della fullonica era articolato, per consentire i vari processi della lavorazione e assolveva, al tempo stesso, ai compiti di una lavanderia: vi si trattavano sia le vesti vecchie che quelle appena tessute. Il costo del lavaggio di una tunica vecchia era di un denario e gli affari dovevano essere assicurati se l'affitto annuo di una fullonica arrivava anche a 1652 sesterzi. 
Una prima fase prevedeva il lavaggio del tessuto appena filato, per liberarlo dalla sporcizia che si era accumulata nelle varie fasi di lavorazione: veniva posto in vasche, in genere di forma ovale, dove era lavato a lungo, pestandolo con i piedi in acqua mista a soda o a urina umana o animale. A questo scopo i fullones avevano l'autorizzazione a raccogliere l'urina in una serie di luoghi pubblici. Ricercata era quella dei cammelli, che veniva importata appositamente.

Terminata la prima fase del lavaggio, il tessuto indurito veniva trattato con terre argillose (creta fullonica). Spesso le terre utilizzate a Pompei provenivano dall'isola di Ponza, ma le più rinomate erano importate dalle isole Cicladi. Meno pregiate erano invece la terra dell'Umbria o della Sardegna. 
Dopo essere stato trattato con le argille, il tessuto veniva a lungo battuto con mazzuoli di legno per condensare e serrare la trama e successivamente lavato per eliminare le sostanze della follatura.

A questo punto era effettuata la garzatura: con l'aiuto del cardo del lanaiolo o degli aculei di porcospino inseriti in un utensile di metallo, il tessuto veniva steso e poi pettinato a lungo per ordinare i peli della lana e consentire una rasatura uniforme.
La fase successiva del lungo processo di lavorazione prevedeva la solforatura: la stoffa veniva stesa su una sorta di gabbia di legno (vimea cavea) e sottoposta a vapori di zolfo che esaltavano la luminosità dei colori del tessuto, soprattutto se bianco.

Un'ulteriore lavorazione con terre terminava questa fase che, nel caso di tessuti bianchi, prevedeva lo strofinamento con la pomice.
Un ultimo lavaggio preparava il tessuto alla stenditura e alla pressa.
La stenditura dei tessuti era una fase delicata; disposizioni particolari consentivano ai fullones di stendere i tessuti ad asciugare sui marciapiedi della pubblica via, mentre all'interno della bottega il piano superiore era destinato alle operazioni di stenditura. 

La fullonica di Stephanus (Regio I 6, 7)
La fullonica di Stephanus utilizza il vecchio impianto di una casa ad atrio, modificata per le esigenze dell'opificio. Il largo ingresso dalla strada conserva i resti della chiusura di legno con catenaccio, semichiusa al momento dell'eruzione. Il bacino del compluvio dell'atrio della precedente casa era stato modificato per gli usi della fullonica ed utilizzato come vasca per il lavaggio dei tessuti, mentre il compluvio dell'atrio era chiuso con una copertura piana e adibito a terrazzo per l'asciugatura delle stoffe.

 Nel primo ambiente, presso l'ingresso, era collocata la pressa, mentre nel giardino erano state costruite le vasche (lacus) per la follatura e la lavatura dei tessuti.


Le tintorie
La colorazione dei tessuti era un'ulteriore fase della lavorazione delle stoffe, che avveniva nelle officine degli infectores (Regio IX 7, 2). Sei officine infectoriae sono state individuate con certezza a Pompei. Qui i colori, conservati in polvere in contenitori di vetro o in pani, erano sciolti in caldaie riempite d'acqua, riscaldate sui forni, nelle quali venivano immersi i tessuti da tingere.

Spesso i tessuti vecchi erano rimodernati con nuove tinture di colori vivaci. Questa operazione era effettuata dagli offectores.
  
  

Bibliografia essenziale:

J. Day, Agriculture in the life of Pompei, in Yale Classical Studies, III, 1932
R.Etienne, La vita quiotidiana a Pompei, Milano 1973
J. Heurgon, Les Lassii pompeiens et l'importation des vins italiens en Gaulle, in La Parola del Passato, VII, 1952

D.Mustilli, Botteghe di scultori, marmorarii, bronzieri e caelatores in Pompei, in Pompeiana, Napoli 1950
V. Spinazzola, Pompei alla luce degli Scavi Nuovi di Via dell'Abbondanza, I-III, Roma 1953
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