La vita dei fanciulli

LA VITA DEI FANCIULLI 

La vita dei fanciulli a Pompei non si differenziava molto da quella dei ragazzi che vivevano nelle altre città dell'Impero romano: i riti, le cerimonie, l'educazione cui il bambino era sottoposto erano infatti simili; ugualmente lo erano i giochi e gli svaghi.


La nascita
Il parto costituiva un momento delicatissimo nella vita delle donne e dei bambini. Altissima era, infatti, nell'antichità la mortalità infantile nella fase della nascita e nei primi mesi di vita; altrettanto alto era il rischio di morte di parto per le donne. Si raccontava che la madre di Tiberio e Caio Gracco, futuri celebri tribuni della plebe, aveva dato alla luce ben dodici figli, ma di questi solo tre erano poi sopravvissuti.

La partoriente era assistita da tutte le donne della familia, che comprendeva non solo lo stretto nucleo familiare, ma anche le serve e le schiave. Oltre alle parenti più strette, infatti, aveva un ruolo importantissimo la schiava levatrice, che aveva assistito alla nascita di tutti i membri della famiglia. 
Appena nato il bambino veniva lavato e poi deposto ai piedi del padre, che, sollevando in aria il neonato in segno di riconoscimento, attestava l'accettazione delle responsabilità che derivavano dall'atto. Nell'età più antica, se per caso il pater familias non riconosceva il bambino, questo poteva persino essere lasciato morire. 

Il neonato veniva poi avvolto quasi interamente in fasce di lana che dovevano proteggerlo dal freddo e al tempo stesso fare in modo che le membra crescessero diritte e ben fatte. 
Questa procedura era molto seguita, come testimoniano le numerose rappresentazioni di bambini in fasce che ci sono giunte dall'antichità. 
Plinio il Vecchio definiva questa pratica una schiavitù più pesante di quella subita da qualsiasi animale.


L'ingresso nella famiglia

Una serie di riti servivano ad allontanare il malocchio dal neonato. Così veniva tracciato con la saliva un segno sulla fronte del bambino, mentre una serie di amuleti dovevano proteggere il nuovo arrivato dagli spiriti maligni, che aleggiavano soprattutto durante la prima settimana di vita.
Due divinità in particolare, Giunone ed Ercole, venivano invocate per proteggere il neonato. Un letto vuoto veniva apprestato nell'atrio della casa per Giunone, mentre per Ercole veniva imbandita una tavola.

Tra il settimo ed il decimo giorno dalla nascita, alla fine della settimana critica, si celebrava il dies lustricus, il giorno della purificazione, nel quale venivano compiuti sacrifici alle divinità che scrivevano il futuro dell'uomo: le Parche, chiamate in questa occasione Fata Scribunda.
Durante il dies lustricus aveva luogo anche la cerimonia dell'imposizione del nome. Con questa cerimonia il neonato veniva riconosciuto dal pater familias ed entrava ufficialmente a far parte della famiglia con l'attribuzione del praenomen, che corrisponde al nostro nome di battesimo, e del nomen, cioè il nome gentilizio, corrispondente al nostro cognome.

La nascita di un figlio maschio era salutata con gioia, mentre un pò più fredda era l'accoglienza per una figlia femmina, che non veniva neanche dotata di un suo prenomen, o nome proprio, ma assumeva il nome derivato da quello della famiglia di appartenenza, spesso addolcito da vezzeggiativi o diminutivi.
La solenne cerimonia del riconoscimento era celebrata alla presenza di tutti i parenti e si concludeva con una festa che comprendeva un banchetto, la celebrazione di sacrifici per ringraziare gli dei e la consegna al neonato di doni da parte dei parenti. 

Al nuovo nato veniva poi messo al collo una collana con una bulla, cioè un ciondolo composto da due valve che racchiudeva un portafortuna. La bulla accompagnerà da questo momento il bambino fino all'ingresso nel mondo degli adulti.
È probabile che, dopo le cerimonie, il padre avesse l'obbligo di registrare la nascita del nuovo nato presso le liste della città, analogamente a quanto avviene oggi.
Nella famiglie più modeste la madre si occupava direttamente dell'allattamento e poi dello svezzamento del bambino, mentre nelle famiglie più facoltose il piccolo veniva affidato ad una balia prima, nella fase dell'allattamento, e poi ad una nutrice, nella fase dello svezzamento. 

La nutrice raccontava al bimbo le prime favole, tratte dal mondo della mitologia. Accanto alle vicende degli eroi e degli dei, semplici fiabe ambientate in un mondo di animali parlanti insegnavano in modo efficace comportamenti e precetti morali, come nelle Favole di Esopo e poi di Fedro.
Alcune divinità minori venivano invocate a protezione del bambino. Ciascuna presiedeva ad una particolare fase della crescita: così Vagitanus vegliava sui primi vagiti, mentre nei delicati momenti in cui spuntavano i primi denti si invocava Ossifraga, e Statilina proteggeva i primi passi.

I giochi dei più piccini
Per intrattenere i bambini più piccoli era utilizzato una specie di sonaglio molto colorato, il crepitaculum, composto da numerosi pendagli che, agitati, producevano rumore, attirando l'attenzione. Un esempio di questo tipo di giocattolo è stato trovato negli scavi di Pompei: si tratta di un cerchio metallico intorno al quale pendono alcuni sonagli; un manico serviva per impugnarlo e scuoterlo. 
Una funzione non molto diversa dovevano avere i crepundia, collane con pendagli colorati e rumorosi che venivano messi al collo del bambino.

Gli stessi poppatoi, una volta terminata la loro funzione principale, fungevano anche da giocattoli. Erano infatti dei contenitori di terracotta, a forma di piccoli animaletti, all'interno dei quali era versato il latte, che fuoriusciva da alcuni forellini. Una pallina di terracotta, posta all'interno, una volta terminato il latte, trasformava il poppatoio in una specie di sonaglio.
Molto più numerosi erano naturalmente i giochi per i bambini più grandicelli: animaletti di terracotta dipinta o, forse anche di pezza, giocattoli identici a quelli dei nostri giorni, come la corda per saltare, l'aquilone, la trottola (turbo), lo yo-yo e le bambole, particolarmente apprezzate dalle bambine. Le bambole  raffiguravano sempre giovani donne, erano in legno, in terracotta o, per le bambine più ricche, d'avorio con le articolazioni principali snodate.

Tra i giochi non ne mancavano alcuni simili ai nostri, come il salto alla cavallina oppure i dadi o gli astragali (piccole ossa delle zampe di capra, numerate sui quattro lati), ma il gioco più diffuso era senz'altro quello del carretto, detto plostrum o plostellum, in genere di legno, altrimenti in terracotta o in bronzo. Questo veniva utilizzato, un pò come i modellini di macchine dei giorni nostri, per simulare gare. I bambini più terribili si divertivano, come ci racconta il poeta romano Orazio, a catturare dei topolini o altri animaletti di piccola taglia, attaccandoli per la coda e costringendoli a trainare i carretti. 

A volte, invece, i bambini si divertivano a farsi trasportare su carretti di dimensioni maggiori, tirati da capre o da cani.
Una specie della nostra mosca cieca si svolgeva bendando gli occhi ad un bambino che doveva cercare di afferrare i compagni di giochi, che lo allontanavano con asticelle, ed era chiamata mosca di rame.
Gioco comune era quello con le noci, che venivano lanciate da lontano in un vaso dal collo stretto; a volte si giocava collocando tre noci a triangolo, cercando di indirizzare il lancio di una quarta sulle tre già schierate, senza spostarle.

Tanto erano diffusi i giochi con le noci, che, quando il bambino passava alla fase successiva della sua infanzia, si usava l'espressione  rinunciare alle noci.


I giochi dei fanciulli
Tra i fanciulli molto successo aveva il gioco del trochus, che consisteva nello spingere un cerchio di notevoli dimensioni con una bacchetta ricurva, detta virga. I fanciulli facevano vere e proprie gare e spesso le loro grida echeggiavano nelle affollate strade della città. 

Non poteva mancare naturalmente la palla, chiamata genericamente pila lusoria, ma che assumeva un nome diverso a secondo del gioco per cui veniva usata.
C'era ad esempio la pila trigonalis, di pelle, molto dura, ripiena di crine. Vi si giocava in tre giocatori, disposti a triangolo, da cui il gioco traeva il nome. I giocatori non potevano abbandonare il proprio posto e dovevano cercare di fare cadere la palla il meno possibile. Per questo, quando cadeva, altri fanciulli dovevano raccoglierla e segnare il punteggio.

Simile alla nostra palla a volo doveva essere il ludere expulsim, nel quale bisognava respingere la palla senza però afferrarla.
Mentre i più piccini giocavano con il follis, una palla leggera grande e gonfia d'aria, i più grandi giocavano all' arpastum, un gioco abbastanza faticoso e a volte violento: l'arpastum designava una palla di media grandezza, che doveva essere lanciata oltre il limite del campo da gioco avversario, un pò come il football americano.

Giocattoli, svaghi e divertimenti erano numerosi e accompagnavano i bambini e i ragazzi romani per tutta la fanciullezza, diventando un elemento anche simbolico dello status di non adulto. Così, quando un bambino moriva, i suoi giocattoli più cari lo accompagnavano nella tomba.
Allo stesso modo, nel gesto ufficiale che indicava l'inizio dell'età adulta, aveva un ruolo importante ed emblematico l'atto di abbandonare i giocattoli che venivano dedicati agli dei nei templi e nei santuari.

L'educazione scolastica elementare
Tra i quattro e i sei anni il bambino iniziava a imparare a leggere, a scrivere e a fare di conto. 
Nelle famiglie benestanti questa fase avveniva in ambito domestico, dove la cura della prima istruzione del bambino era affidata ad una nutrice e poi ad un precettore, in genere greco, che insegnava privatamente e a pagamento. Il piccolo pompeiano imparava presto a dominare, in questo modo, sia il latino che il greco. In una pittura di Ercolano è raffigurato proprio un precettore nell'atto di insegnare ad un bambino, in presenza della madre. 

Le lezioni avevano luogo negli ampi peristili della casa o nelle stanze che su questo si affacciavano, come le esedre. Proprio nell'esedra seguivano la lezione i ricchi fanciulli che vivevano nella Casa delle Nozze d'Argento, dove impartiva i suoi insegnamenti il pedagogo C. Iulius Elenus, un maestro severo che non esitava a dispensare bacchettate ai suoi discepoli, quando necessario. Una serie di scritte sui muri, dirette contro il pedagogo, testimonia, però, la reazione vendicativa degli scolari puniti.

Il ruolo della famiglia, nell'educazione dei fanciulli, aveva comunque un grande peso. Accadeva, ma di rado, che il padre stesso fosse uomo di cultura e volesse occuparsi personalmente dell'istruzione di base del proprio figlio, in modo da sorvegliarne la sua crescita culturale.
Accanto all'istruzione privata esisteva la possibilità di mandare i figli a frequentare le scuole pubbliche, nelle quali uno o più maestri seguivano una piccola classe di alunni sino al calar del sole.

La scuola pubblica non era però un'incombenza dello Stato, ma comunque era basata sull'iniziativa privata. Il maestro organizzava, infatti, la struttura scolastica, mentre le famiglie pagavano la parcella dell'insegnante.
A Pompei esistevano diverse scuole pubbliche, una delle quali aveva sede al riparo dei portici del Foro, dove teneva le sue lezioni il maestro Sema; un'altra era tenuta sotto il portico della Palestra Grande. Alcune iscrizioni di ludi magistri attestano la difficile vita del maestro, che, molto di frequente, veniva pagato poco e in grande ritardo o addirittura rischiava di non essere pagato mai.

Nella prima fase dell'istruzione scolastica i fanciulli imparavano a scrivere e leggere le lettere dell'alfabeto e a fare i calcoli. L'insegnamento del calcolo era impostato in modo diverso da quello dei nostri giorni. Infatti il sistema numerale non era decimale, ma duodecimale, e non era conosciuto l'uso dello zero. I calcoli venivano eseguiti con l'aiuto di una specie di pallottoliere e i risultati delle operazioni principali erano imparati a memoria e recitati.
Quando gli alunni erano a scuola, il maestro era responsabile del loro studio, ma anche più in generale della loro educazione e dei comportamenti. Frequenti erano le punizioni impartite ai danni di scolari più vivaci, come mostra un dipinto nel Foro raffigurante un maestro che punisce uno scolaro disubbidiente percuotendolo sulle natiche, trattenuto da due compagni di scuola, mentre il resto della classe si esercita nella lettura, assistita da altri maestri. Spesso venivano usate verghe o bacchette di ferula, una pianta con un fusto legnoso ma leggero che produceva nel ragazzo punito più spavento che danno.

L'istruzione superiore
Una volta acquisiti i primi rudimenti della scrittura e della lettura, l'educazione del fanciullo era affidata al gramaticus. Iniziava, così, una fase dell'educazione paragonabile a quella delle nostre scuole medie, che poteva essere effettuata con un precettore privato o in una scuola pubblica.
Si apprendevano in tale periodo la lingua e la letteratura greca e latina, la storia, la geografia, alcune nozioni di fisica e di astronomia e soprattutto si imparava a leggere e a recitare i testi di poeti e di storici, imparandone la metrica o lo stile.

Le esercitazioni con il gramaticus erano sia orali che scritte e prevedevano piccoli saggi ai quali il maestro attribuiva un voto, oltre a dimostrazioni pubbliche anche in presenza dei genitori, dove gli allievi, e soprattutto i maestri, mostravano come era stato bene investito il denaro dei genitori per l'istruzione dei propri figlioli.
Anche la vita del gramaticus, comunque, non doveva essere facile. Numerosi autori antichi ci raccontano delle difficili condizioni economiche in cui versavano i maestri di scuola; il poeta Giovenale, in particolare, si scaglia in una delle sue satire contro le famiglie che pagavano poco i maestri e che da loro, al contrario, pretendevano eccessivamente: 

...Interrogato a bruciapelo quando si reca alla terme, deve saper rispondere all'istante quale era il nome della nutrice di Anchise, o il nome e la patria della matrigna di Anchemolo, quanti anni sia vissuto Aceste e quanto vino siciliano diede ai Troiani...

Tra i dodici e i quattordici anni, i ragazzi avevano acquisito una preparazione soddisfacente, che investiva vari aspetti della cultura, ma per coloro che desideravano proseguire gli studi, i discentes, ed erano pochi, esistevano scuole superiori, quelle dei rethori. Queste scuole erano destinate a chi voleva specializzarsi nell'arte oratoria e nell'eloquenza, preparazione indispensabile per coloro i quali erano destinati ad accedere alla vita pubblica.

I discentes si esercitavano in vere e proprie gare di oratoria nelle quali ciascuno doveva illustrare e difendere una tesi. Così nelle suasoriae gli allievi tenevano discorsi immaginari a personaggi celebri, che dovevano essere persuasi, mentre le controversiae erano vere e proprie arringhe di difesa in processi fittizi costruiti su dati forniti dal maestro. 
I giovani più fortunati completavano la propria educazione con un soggiorno in Grecia.
A Pompei i maestri che curavano l'educazione più elevata dei fanciulli dovevano godere di un alto prestigio se maestri come Valentinus, Saturninus e Verna, sostennero la propaganda elettorale di alcuni candidati nelle elezioni per le cariche pubbliche degli edili, insieme ai loro discentes. Allo stesso modo, in un altro invito elettorale, il maestro elementare Sema invita a votare il proprio candidato insieme con i suoi allievi, cum pueris.

Le aule e le attrezzature scolastiche
Le attrezzature scolastiche del corso di studi elementare erano scarse. Gli alunni e i maestri non disponevano di un edificio scolastico, ma utilizzavano allo scopo i portici sia del Foro che della Palestra Grande. Anche se il maestro era quasi sempre dotato della sua cathedra (che designa però non il tavolo come avviene oggi, ma la sedia con spalliera), molto spesso gli alunni dovevano accontentarsi di sedere sui gradini del portico o su sgabelli. 

Più fortunati erano i discentes che assistevano alle lezioni in aule, molto simili, nella struttura, alle botteghe che si aprivano sulle strade di Pompei. 
L'interno era ampio, con una parte anteriore che ricordava un giardino, richiamato spesso da pitture di piante e fiori sulle pareti. Sul retro si apriva una pergula, a volte ornata di sculture che riproducevano i tratti di poeti e filosofi, nella quale erano disposti i banchi per gli allievi.

Spesso le pareti delle pergulae erano dotate di una serie di sussidi dipinti, quali carte geografiche (formae) e tavole (tabulae) riproducenti episodi dei miti o delle opere letterarie più celebri (tabulae iliacae). In mancanza di libri di testo, i maestri usavano portare i fanciulli a leggere le iscrizioni sui muri della città.
Gli alunni portavano nella loro cartella (capsa) il materiale per scrivere: le tabulae ceratae e lo stilus. Le tabulae ceratae erano tavolette di legno rettangolari, con bordi rialzati, all'interno dei quali veniva steso uno strato di cera. Lo strumento per scrivere sulle tabulae ceratae era lo stilo, un bastoncello con un'estremità appuntita che fungeva da penna incidendo la cera e un'estremità appiattita che serviva per cancellare.

Era possibile legare tra loro diverse tavolette cerate attraverso due fori praticati lungo uno dei lati, nei quali si inserivano delle cordicelle.
Nel caso di appunti di lunghezza maggiore, veniva usato il papiro o la pergamena sui quali si scriveva con una penna di uccello o con una cannuccia appuntita (calamus) intinte in un inchiostro ottenuto con pece, fuliggine e liquido di seppia diluiti con acqua (atramentum). L'inchiostro veniva conservato in un calamaio (atramentarium) costituito da un recipiente cilindrico.

L'anno scolastico cominciava a marzo, dopo le feste in onore di Minerva (Quinquatrus), sacre agli scolari.
La durata delle lezioni era di sei ore, con un intervallo verso mezzogiorno per il pranzo (prandium).


L'addio alla fanciullezza e l'ingresso nella società 
Terminati gli studi, che per le fanciulle erano limitati a quelli di base, una serie di riti sottolineavano il passaggio all'età adulta. 
Le bambine, intorno ai dodici anni, sacrificavano le bambole (pupae) a Venere: da questo momento in poi erano pronte per il matrimonio.

Intorno ai quindici-sedici anni, terminati gli studi, il giovane romano era pronto a fare il suo ingresso nella società, con cerimonie che si tenevano ogni anno nel mese di marzo.
Il giovane, vestito con un abito rituale, la toga recta, donava ai Lari la bulla, il monile portafortuna ricevuto da neonato durante l'imposizione del nome, da lui portato al collo fino a quel momento. Quindi, abbandonata per sempre la toga orlata di rosso (toga pretexta) che era stata indossata per tutta la fanciullezza, veniva vestito con la toga virilis, di colore bianco e condotto al Foro (ductio in forum) per fare l'ingresso ufficiale nella vita sociale della città.

Bibliografia essenziale:

S. Dixon, The Roman mother, 1988
R.Etienne, La vita quotidiana a Pompei, Milano 1973
C. Fayer, La famiglia romana, Roma 1995
Stanley F. Bonner, L'educazione nell'antica Roma, Roma 1986
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