La suppellettile domestica

LA SUPPELLETTILE DOMESTICA

Se avessimo la possibilità di entrare in una casa pompeiana appena tratta da uno scavo, vedremmo che i suoi interni sono arredati con pochi mobili. Ciò era possibile in quanto era consuetudine custodire abiti, oggetti e viveri in apposite celle.
Tra gli elementi di arredo più importanti, rispondenti ad una immediata funzione pratica, vi era il subsellium o scamnum, costituito da una tavoletta a cui facevano da supporto quattro gambe. Era il tipo di sgabello più semplice e più in voga tra i romani. Dal II sec. a.C., allorchè Roma sottomette i paesi dell'
oriente mediterraneo, le abitudini sono profondamente condizionate dagli usi greco-ellenistici, per cui nella casa, oltre a comparire il triclinio, (tre letti), si diffonde anche l'uso di mangiare stando sdraiati.

Oltre al tipo di sedia citato, i romani usavano la sella, dalla struttura più complessa, con braccioli e senza schienale, e la cathedra, di derivazione greca, tipicamente muliebre, elegante e comoda, completata da uno schienale lungo ed arcuato, da braccioli e da soffici cuscini.
Una sedia che verosimilmente doveva trovarsi nell'atrio, usata dal pater familias quando riceveva i clientes per la salutatio matutina, era il solium dalla struttura robusta, con braccioli e schienale intagliati. Oltre alle sedie vere e proprie, la casa romana era arredata con letti aventi funzione di sedie: una specie di sofà su cui ci si sdraiava per studiare (lectus lucubratorius) e il letto per i conviti (lectus tricliniaris) su cui si stava sdraiati per pranzare, appoggiati al gomito sinistro. Il letto per dormire ( lectus cubicularis ) era in muratura o anche in legno con piedi di bronzo e talora riccamente incrostato d'argento, piuttosto alto, tant'è che talora vi si accedeva con una scaletta. Elementi strutturali erano la testa (fulcrum), la spalliera (pluteus) di legno e un telaio rettangolare poggiante su quattro o sei piedi, sul quale erano tese delle fasce. Su queste venivano poggiati materasso (torus), cuscino (pulvinus), coperte (
stragula).

La mensa tricliniare (mensa) era quadrata e collocata al centro di tre letti (medius, summus, imus lectus) per consentire ai convitati sdraiati di deporre le stoviglie e di prendere i cibi. Si differenziava, per funzione, dall'abacus, tavola che serviva per l'esposizione del vasellame durante il banchetto e dal cartibulum, tavola di marmo posta nell'atrio. Gli esemplari più belli sono dei veri capolavori di arte decorativa, come quello della Casa di Cornelio Rufo. In un primo tempo di legno e di fattura alquanto rozza, le tavole che arredavano gli interni delle case romane furono costruite in seguito con notevole eleganza, soprattutto quelle circolari, che avevano di solito un ripiano (orbis) in legno prezioso poggiante su tre piedi o su un monopodio (trapezophorus) in metallo o in avorio finemente lavorato, spesso figurato in forma statuaria di satiro o sileno o sfinge. Il rinvenimento di numerosi tripodi tra le rovine di Pompei testimonia che la loro funzione era quella di sostenere vasi di ornamento o stoviglie e vasellame.

Gli armadi (armaria) pesanti erano poggiati a terra ed avevano la forma dei nostri, come appare dal calco di un esemplare che arredava un ambiente di una villa romana di Boscoreale. È da tener presente, infatti, che a Pompei e negli insediamenti del suburbio sommersi dalla cenere, diversamente da Ercolano dove il fango ha custodito nei secoli materiali facilmente deperibili, non si sono conservati mobili in legno. Si dispone solo dei calchi ricavati dai vuoti lasciati nella cenere. Armadi più piccoli venivano attaccati al muro. Sembra che fossero di questo tipo quelli che si ponevano nelle alae, per la custodia delle imagines maiorum, vale a dire delle maschere o dei busti degli antenati. Le ante erano provviste di chiavi e serrature. 

Casse (arcae) bullonate e decorate con protomi e bustini bronzei di soggetto mitologico custodivano nell'atrio il patrimonio familiare e i documenti di valore. Per nessun oggetto, però, Pompei offre un campionario così cospicuo e vario come per i mezzi di riscaldamento e di illuminazione: bracieri, lucerne ad olio, candelabri lavorati il più delle volte con notevole estro artistico, in cui si rileva un deciso gusto alessandrino. Il pregio di questi oggetti si esprime non tanto nella produzione fittile, quanto in quella bronzea, poiché solo nel metallo l'oggetto riesce ad acquistare vigore plastico e possibilità di espressione d'
arte. È sorprendente, infatti, quanto gusto e immaginazione è possibile ravvisare nell'estrema varietà di motivi figurati, animali e vegetali, in cui trovano forma le tantissime lucerne monolicni, bilicni, a più becchi e i loro sostegni nei quali si coglie anche un certa inventiva e senso d'umorismo di matrice popolaresca. D'altra parte, il gran numero delle lucerne ad olio a noi pervenuto è evidentemente connesso al fatto che esse costituivano il mezzo di illuminazione domestica più diffuso a Pompei e, generalmente, nel mondo romano. Potevano essere a mano e, in tal caso, si appoggiavano su un alto ripiano, pensili e pertanto venivano sospese con catenelle terminanti in un gancio, a candelabro, a soffitto.

Di largo uso erano le lanterne, simili per forma a quella dei nostri giorni, che potevano avere le pareti di corno, di vescica o di vetro. La stessa eleganza di fattura delle lucerne è possibile, talora, riscontrare nei bracieri in cui ricorre spesso il motivo del bordo foggiato come torrione merlato: erano il mezzo di riscaldamento domestico più diffuso nel mondo romano.
Largamente usati per la cucina e la mensa furono suppellettili in terracotta, vetro e bronzo, in parte prodotte nella stessa Pompei, in parte in altri centri della Campania.

Per il comune vasellame di vetro, bicchieri, bottiglie, coppe, Pozzuoli dovette essere il maggiore centro di produzione. Gli esemplari più raffinati, come i vasi da mescere (askos e rhyton), fanno pensare ad una provenienza ellenistica, ma anche in Campania dovettero essere zone che imitavano i manufatti della toreutica alessandrina e la stessa Sorrento viene citata da Marziale per l'eleganza dei suoi calici. 
Un materiale largamente utilizzato per gli oggetti casalinghi di uso giornaliero, in particolare vasi da fuoco, da cucina e da mensa, era la terracotta. Tuttavia in rapporto alla produzione su larga scala che se ne dovette fare, gli esemplari di cui oggi si dispone non sono molti. Infatti, nei primi tempi della storia degli scavi, al materiale di uso quotidiano, fondamentale, come noto, per lo studio socio-economico di un ambiente, non si dava importanza polarizzata com'era l'attenzione solo sui manufatti artistici. Un'ulteriore motivazione della carenza di terrecotte è dovuta al fatto che nel I sec. d.C. si riscontra già un massiccio impiego del metallo, anche nella suppellettile della cucina.

D'altra parte la Campania risulta in Italia, specie nel I sec.d.C., il maggior centro produttivo di utensili in bronzo, tanto da riuscire ad esaurire non solo le richieste dei mercati italiani, ma anche di quelli stranieri: casseruole, ramaioli, tazze, colini, mestoli, situlae, crateri. Prodotti di ottima fattura che la tradizione letteraria ( Plinio, Orazio, Catone) e i marchi di fabbrica attribuiscono alle officine di Capua, di Nola, di Pompei. Officine figuline in Pompei sono attestate, ma certamente non ebbero la forza di realizzare una produzione di tipo industriale, se si considera che la terracotta fu largamente usata anche nell'edilizia e nell'
arte plastica. Di terraglie erano i coquinatoria instrumenta più comuni: la pignatta (olla), la marmitta (caccabus), il passatoio (colum), la padella (patella), il mortaio (mortarium), il piatto dei poveri (catinus), l'imbuto (infundibulum), il vaso (urceus) indispensabile per la provvista dei solidi e dei liquidi, la secchia (situla), la brocca (lagoena) da vino di diverse capacità usata specie nelle cauponae, la piccola anfora (amphorula) di solito biansata utilizzata per contenere salsa, vino, olio ed altri prodotti. Contrariamente alle grosse anfore, che avevano il piede appuntito o rotondo, le amphorulae erano a piede piano. Gli oggetti domestici in argento, ritrovati a Pompei, hanno per lo più origine extraurbana e neppure nelle ricche case cittadine furono molto diffusi.

Incerta è l'esecuzione nell'oriente ellenistico o a Roma o nella stessa Italia meridionale. Se a noi sono giunte numerose testimonianze di questi veri e propri tesori d'arte, ciò è avvenuto grazie alla notevole cura con cui essi furono custoditi. Si tratta in particolare di vasellame potorio ed escario, lavorato con la tecnica dello sbalzo a doppia lamina in una innumerevole varietà di motivi figurati e naturalistici: coppe a calice (kantharoi), tazze biansate (skyphoi), coppe a tronco di cono (kalatoi), bicchieri (pocula), vassoi da portata (lances), patere (patherae), scodelle (scutellae), cucchiai (cochlearia).

Vari gruppi di argenteria, di superba bellezza, furono ritrovati a Pompei e nell'area del suburbio a partire dal secolo scorso: un gruppo di 14 pezzi nella Casa dell'Argenteria sulla via di Mercurio, un altro di 102  pezzi -oggi al Museo del Louvre- nella Villa di L. Cecilio Giocondo a Boscoreale, infine il tesoro di 118 pezzi scoperto nella Casa del Menandro a Pompei, oggi al Museo di Napoli.


Bibliografia essenziale:
AA.VV, Riscoprire Pompei, Roma 1993

M.Annecchino, Suppellettile fittile da cucina di Pompei, in "L' instrumentum domesticum di Ercolano e Pompei nella prima età imperiale", Roma 1977
Conticello dè Spagnolis - E. De Carolis, Le lucerne di bronzo di Ercolano e Pompei, Roma 1988
Il Bronzo dei Romani (a cura di L. P. Biroli - Stefanelli), Roma 1990
L. A. Scatozza - Horicht, I vetri romani di Ercolano, Roma 1986

Tassinari, Il vasellame bronzeo di Pompei, Roma 1993
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