La scoperta

LA SCOPERTA DELLA CITTÀ SEPOLTA

L'eruzione del Vesuvio 
La mattina del 24 agosto dell'anno 79 d.C. un' enorme nube a forma di pino oscurò il cielo nel golfo di Napoli: iniziava così la terribile eruzione del Vesuvio che, in poche ore, avrebbe sepolto le città di Pompei, Ercolano e Stabia.
Un eccezionale documento dell'epoca, la lettera di Plinio il Giovane allo storico Tacito, ci descrive minuziosamente alcune fasi di quell'evento catastrofico come lo aveva vissuto il naturalista Plinio il Vecchio, morto durante l'eruzione.

 ...Si andava formando una nube - non era chiaro da dove fosse generata, poi si seppe dal Vesuvio- che per forma e somiglianza nessun albero esprimerebbe meglio del pino... (dalla lettera di Plinio il Giovane allo storico Tacito)

Intorno alle dieci, dopo un boato proveniente dalle profondità del Vesuvio, una pioggia di ceneri e lapilli colpì Pompei. 
L'esplosione del tappo di lava solidificata che chiudeva il cratere era stata provocata dalla spinta dei gas, che proiettarono in aria il magma accumulatosi. Questo materiale, solidificandosi nell'aria, a causa della brusca caduta di pressione, si trasformava in pomici, pietre leggere e porose di colore grigio-verde. 

Le pomici, che coprirono Pompei con una coltre di oltre due metri e mezzo di altezza, si depositarono intorno all'area dell'eruzione per un raggio di circa 70 chilometri..

...la cenere cadeva sulle navi, più calda e più pesante a mano a mano che ci si avvicinava, con pomici e pietre annerite e cotte, spezzate dal fuoco... (dalla lettera di Plinio il Giovane allo storico Tacito)

Piogge intermittenti di ceneri e lapilli si alternavano; la terra era mossa da violenti scosse e il mare si gonfiava minacciosamente; una violenta pioggia improvvisa provocava una valanga di fango che investì la città di Ercolano, sommergendola per ben venti metri di altezza. Intanto, dalle fenditure del vulcano createsi per la violenza dell'esplosione iniziale, fuoriuscivano colate di lava, povera di gas che scendeva rapida a valle.

La coltre di cenere e lapilli aveva ben presto già ricoperto Pompei mentre gli abitanti, colti di sorpresa dall'eruzione improvvisa, morivano uccisi dai gas tossici delle ceneri vulcaniche o sepolti dal crollo degli edifici che cedevano sotto il peso della cenere. 

Ecco alcune fasi dell'eruzione, vissute a Stabia, nel racconto di Plinio

... il livello del cortile si era talmente innalzato con il continuo cadere della pioggia di lapilli misti a cenere che se [Plinio il Vecchio] si fosse attardato nella camera, non sarebbe riuscito ad uscirne... ... Continui sommovimenti scuotevano la casa che ora era abbassata, ora era sollevata di nuovo, come se fosse stata strappata dalle fondazioni. Intanto all'esterno si temeva la pioggia di lapilli, seppure leggeri e porosi... ... messi dei cuscini sulla testa, li legarono con lenzuoli: questo fu il riparo contro quella pioggia... 

(dalla lettera di Plinio il Giovane allo storico Tacito)

Alla fine della giornata la vita di Pompei era cessata.
Per altri tre giorni proseguì l'attività eruttiva del Vesuvio che aveva persino cambiato la sua forma: la sua cima era stata squassata dall'esplosione e si era creato un nuovo rilievo, quello del Monte Somma. 
Le ceneri dell'eruzione si dispersero nell'aria per chilometri e chilometri, giungendo fino a Roma e persino sulle coste dell'Africa. 

Un' apposita commissione per i soccorsi alle città colpite dall'eruzione fu istituita dall'imperatore Tito, ma ormai la città di Pompei non esisteva più.
Le fasi della tremenda catastrofe che investì l'area vesuviana possono essere letti nelle stratificazioni di materiale vulcanico che si depositarono in quella occasione.


Storia degli Scavi di Pompei 

..di tutte le catastrofi che si sono abbattute sul mondo nessuna ha provocato tanta gioia alle generazioni seguenti. Non conosco niente di più interessante. 

Così scriveva il poeta e letterato tedesco Goethe, amante dell'arte e della cultura, a proposito dell'evento catastrofico che nel 79 d.C. distrusse le città di Ercolano, Pompei e Stabia.

Dopo la tragica eruzione, erano iniziate le opere di soccorso, volute dall' imperatore Tito. Ben poco potè essere recuperato: l'imperatore dispose di lasciare i beni delle persone morte senza eredi, a disposizione delle opere di ricostruzione, che poterono interessare assai marginalmente le due città sepolte. 

Di Pompei ed Ercolano si perse così nel tempo, gradualmente, anche la memoria storica. 
Il nome dell'altopiano, formato dalla coltre di lapilli, che ricopriva Pompei e denominato Civita, conservava, comunque, un lontano ricordo dell'antica città morta, anche se mancò a lungo una consapevolezza del passato. 
Né servirono a questo i frequenti ritrovamenti sporadici di materiale antico: marmi, monete e iscrizioni ritornavano, infatti, alla luce appagando gli appassionati di anticaglie per la loro bellezza, senza destare, però, particolare interesse sul contesto a cui appartenevano.

Alla fine del 1500 un canale, che convogliava le acque del fiume Sarno a Torre Annunziata, attraversò il luogo dell'antica Pompei da est ad ovest. Tuttavia, nonostante l'autorevole presenza dell'architetto Domenico Fontana, che dirigeva i lavori, non si diede molto peso ai ritrovamenti effettuati. 
Per tutto il 1600 si susseguirono inascoltate le voci degli eruditi che ricollegavano quei casuali rinvenimenti a Pompei: Holstenius, celebre antiquario tedesco, nelle sue Adnotationes, identificava l'altopiano di Civita con l'antica Pompei e lo stesso fece Camillo Pellegrino nella sua opera Apparato delle antichità di Capua ovvero discorsi della Campania Felice. 

Così, queste brillanti intuizioni non ebbero alcun seguito in un secolo in cui tutto l'interesse antiquario era calamitato dalle ben più monumentali e mitiche rovine dei Campi Flegrei. 
Nel 1734, dopo due secoli di vicereame, con la salita al trono di Carlo di Borbone, figlio di Filippo V Re di Spagna e di Elisabetta Farnese, Napoli tornò ad essere capitale di un regno indipendente e diventò centro propulsore di cultura. Nel 1738 la costruzione di una villa nel territorio di Portici segnò l'inizio di quella magica avventura che portò nell'arco di due secoli alla scoperta di Ercolano e in seguito di Pompei e Stabia. 

Proprio da Ercolano, oggi in parte nascosta dalla cittadina di Resina, partirono le prime ricerche. 


Cenere e lapilli
Nel 1748 iniziavano, per volontà dei sovrani borbonici le indagini a Pompei e, con esse, un'epoca di grandi spoliazioni che portò alla dispersione di un immenso patrimonio di conoscenze.
A Pompei gli scavi si rivelarono meno faticosi e complicati di quelli di Ercolano: lo spesso strato di cenere e lapilli, eruttato dal Vesuvio, aveva infatti coperto tutta la città, costituendo un riempimento relativamente cedevole sotto il piccone degli operai. 

Questa situazione oggettiva ha sempre costituito la fortuna e allo stesso tempo la sfortuna dell'antica città romana sepolta: il terreno cedevole ben si prestava alle ricerche indiscriminate di coloro che scavavano per sottrarre tesori, senza preoccuparsi del rigore scientifico dello scavo. In un certo senso, se da un verso questi interventi ebbero il merito di appuntare l'attenzione sulle città sepolte dal Vesuvio, d'altro canto hanno compromesso per sempre le stratigrafie archeologiche sigillate dal vulcano, che avrebbero permesso di conoscere i segreti di questa affascinante città, unica nel suo genere, perché cristallizzata in poche ore da un devastante fenomeno naturale.

Il metodo che animava i primi scavatori di Pompei non era diverso da quello praticato a Ercolano: ci si preoccupava solo di impossessarsi rapidamente di oggetti preziosi e decorazioni, senza nessun interesse per la ricostruzione della pianta della città antica e senza lasciare nemmeno in vista gli edifici mano mano che venivano alla luce. 
Così accadeva anche alla vicina Stabia dove alcune ville romane, dopo essere state scoperte e spogliate di oggetti e decorazioni venivano poi reinterrate e restituite all'oblìo. 

A partire dal 1763 si decise finalmente di lasciare in vista i monumenti di Pompei e lo scavo si ampliò notevolmente, interessando la via dei Sepolcri e la Villa di Diomede da un lato, l'Anfiteatro dall'altro, mentre al centro iniziarono le esplorazioni sistematiche nella zona del Teatro Grande. 
Nel 1764 venne scoperto il primo santuario integro, il Tempio di Iside, divinità di origine egiziana, visitato tra i primi dall'ambasciatore britannico Sir William Hamilton, che assistette di persona alle fasi di scavo. 

Molto spesso gli scavi venivano accuratamente preparati per la visita di illustri personaggi: il 6 aprile 1769, nel corso della sua visita a Pompei, l'Imperatore d'Austria, l'arciduca Giuseppe II, accompagnato dai sovrani di Napoli, Maria Carolina, sorella dell'arciduca e Ferdinando IV, potè assistere casualmente allo scavo di una abitazione antica nella quale il primo ministro borbonico Tanucci aveva provvidenzialmente rafforzato il numero degli operai. 
Gli scavi proseguirono così ininterrottamente fino allo scoppio della rivolta antiborbonica che portò nel 1799 alla fondazione della Repubblica Partenopea. Durante questi anni il Museum Herculanense si arricchì di pitture, mosaici, marmi, bronzi e gemme provenienti dalle città sepolte. 

L'Europa guarda Pompei
Pompei diventa presto una delle tappe obbligate del Grand Tour, quella sorta di pellegrinaggio artistico effettuato da letterati, studiosi e umanisti alla riscoperta delle antichità classiche. Accanto alla meraviglia e agli entusiasmi suscitati dagli oggetti d'arte, non mancavano autorevoli voci più tiepide.
Goethe nel Diario dell'11 marzo 1787 annota il suo stupore per la piccolezza e l'esiguità di Pompei dove poteva osservare strade strette, piccole case senza finestre, affermando che il tutto somiglia più a dei modellini di cartone che a delle vere costruzioni. 

D'altra parte anche il grande studioso di antichità Winckelmann non fu più tenero con coloro che già allora desideravano scoprire interamente la città di Ercolano, così affermando in una lettera al Conte di Brühl:

 Riguardo però allo scoprimento dell'intera città, io fo riflettere a quelli che lo desiderano, che siccome le case furono schiacciate dall'enorme peso della lava, non si vedrebbero altro che le muraglie... e con quale vantaggio ? Quello di vedere antiche muraglie rovinate... per contentare la curiosità intempestiva di alcuni.  

Nonostante la sete di notizie sulle scoperte archeologiche che investiva l'intera Europa, i sovrani di Napoli erano avari nel far condividere l'emozione di una visita agli scavi. L'accesso ai siti antichi e al Museo di Portici era dispensato dal re come concessione, impedendo però ai visitatori di prendere appunti ed effettuare disegni delle rovine, attuando una sorta di diritto esclusivo di immagine . Nonostante ciò, le notizie su Pompei circolavano in tutta Europa all'interno di itinerari, lettere, diari di viaggio, spesso corredati di tavole redatte a memoria e compilate da illustri visitatori.

Ma anche i Borboni di Napoli compresero che le bellezze dell'area vesuviana dovevano essere almeno parzialmente divulgate e nel 1755 fu fondata la Reale Accademia Ercolanense, con l'incarico di occuparsi delle pubblicazioni delle Antichità. Certo il primo volume sulle pitture di Ercolano dimostrò ancora una volta che i re di Napoli esitavano a rendere pubbliche le scoperte fatte negli scavi di Pompei ed Ercolano, considerando infatti il volume un dono esclusivo riservato solo a personaggi di rango reale o ai nobili e non destinato alla vendita. 

Inutile dire che il protezionismo borbonico fu ancora di più vanificato dalle numerose ristampe abusive che furono immediatamente effettuate in tutta Europa e che valsero a far conoscere quei motivi decorativi che influenzeranno profondamente il gusto di un'epoca. 
La gelosia per le antichità e il concetto, più volte riaffermato, che tutto ciò che proveniva dagli scavi delle città vesuviane fosse possesso privato del Re, spinse all'emanazione di provvedimenti durissimi nei confronti di quanti, soprattutto operai, spesso su commissione degli antiquari, asportassero di nascosto oggetti antichi dagli scavi. 

Le pene previste, la fustigazione e sette anni di detenzione per gli operai e la fustigazione seguita dalla galera a vita per i forzati, non bastarono a frenare il fenomeno, per cui si ricorse all'umiliante pratica della diligenza, cioè alla perquisizione corporale degli operai alla fine della giornata lavorativa. 
Il timore, peraltro, che qualche pittura lasciata sul posto potesse essere sottratta alla proprietà dei sovrani e l'impossibilità di conservare tutto l'immenso patrimonio che si veniva scoprendo, spinsero al provvedimento del 1761, fortunatamente annullato da un ordine reale del 1763, che autorizzava a fare a pezzi le tonache inutili e cioè tutte quelle pitture che non venivano ritenute abbastanza belle da appartenere alla collezione reale. 

Purtroppo il tardivo affermarsi in Italia dell'archeologia scientifica, cioè la conduzione di scavi programmati secondo un accurato metodo volto alla conoscenza completa di un sito archeologico, ha causato nel corso dei secoli danni irreparabili per la ricostruzione della storia di uno dei patrimoni culturali più importanti del mondo.
Così, mentre Pompei subiva il saccheggio, nel resto d'Europa progredivano le ricerche archeologiche, sia su siti romani che preistorici e molte erano le critiche, anche vigorose, mosse dagli intellettuali del tempo ai Borboni riguardo al modo di condurre gli scavi e all'uso improprio delle antichità. 

In Gran Bretagna l'archeologia scientifica aveva fatto passi da gigante, con indagini sempre più accurate e sofisticate: già all'inizio del '600 l'erudito William Camden, nell'affrontare i problemi derivanti dall'analisi sul terreno dei resti dell'antica città romana di Richborough faceva osservazioni sulla differente crescita del grano all'interno degli isolati, più rado al di sopra dei tracciati stradali; alla fine del '700 Sir John Frere, studiando alcune strumenti di pietra del paleolitico si poneva problemi di stratificazione e di giacitura dei reperti in maniera così completa e moderna da lasciare allibiti i contemporanei scavatori e studiosi di Pompei. 

Lo stesso Winckelmann accusò la corte borbonica di avere fuso la splendida quadriga di bronzo trovata nel teatro di Ercolano per farne un ritratto del Re e della Regina, dichiarando che l'unico cavallo rimasto, vanto del Museo di Portici, non era altro che un falso ottenuto da oltre 100 pezzi presi dai quattro cavalli componenti la quadriga. Per tutta risposta gli Accademici Ercolanesi reagirono con orgoglio, spiegando che il cavallo in questione era stato ricomposto non da cento, ma da ben duecento pezzi di bronzo. 

I Francesi a Pompei
 Gli scavi di Pompei ebbero solo una breve battuta d'arresto nel 1798, quando Re Ferdinando IV e la sua corte furono costretti a fuggire da Napoli per rifugiarsi a Palermo, ma all'arrivo del generale francese Championnet, uomo di cultura e conoscitore dell'area vesuviana, le ricerche ripresero nella Basilica. 
Una nuova sosta si ebbe poi con il rientro dei Borbone, dopo i trattati di pace stipulati con Napoleone. Nel 1806 infine la nuova fuga del Re Ferdinando IV aprì a Napoli il decennio francese e il nuovo sovrano Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, si preoccupò di riorganizzare le antichità e di dare nuovo impulso agli scavi pompeiani, la cui direzione fu affidata al numismatico e letterato Michele Arditi, che per primo aprì la riflessione sui criteri da seguire negli scavi stessi. 

Egli stabilì che occorresse distinguere le terre superficiali, comprese tra il piano di campagna moderno e la sommità degli edifici antichi, da quelle terre che avevano seppellito le mura e i pavimenti della città, da scavarsi con la massima attenzione. 
L'arrivo a Napoli della nuova regina Carolina Bonaparte, moglie di Gioacchino Murat, maresciallo di Francia e Re di Napoli, nonchè cognato dell'Imperatore Napoleone, portò nuova linfa vitale alle ricerche, che ebbero come obiettivo il completo e rapido disseppellimento di tutta la città antica. A tale scopo ella chiese e ottenne dal marito che fosse messo a disposizione degli scavi un intero reggimento di millecinquecento zappatori del Genio Militare. 

Si procedette così allo scavo dell'Anfiteatro, del lato meridionale del Foro, delle case di Pansa, delle Danzatrici e del Cinghiale, mentre si continuava l'esplorazione dal lato di Porta Ercolano. La sensibilità della nuova Regina si manifesta anche in una lettera inviata da Carolina al Ministro dell'Interno, Conte Zurlo, in cui la sorella di Napoleone si esprime, tra l'altro:

 Signor Ministro, i lavori di Pompei sono ben lontani dall'essere condotti con l'alacrità desiderabile... Si segue un metodo sbagliato, facendo crollare, come si fa ora, grandi quantità di terreno intorno alle mura... il punto essenziale è delimitare il perimetro della città e di conoscerne esattamente la grandezza... Bisognerebbe, man mano che si scava, fare un preciso inventario....Bisognerebbe, un giorno, riuscire ad avere la consistenza di tutte le case della città.... Si dovrebbe pubblicare ogni mese un giornale di Pompei per tenere il pubblico al corrente degli scavi e di quel che si trova... Si dovrebbero asportare le pitture, che gli agenti atmosferici potrebbero danneggiare, solo dopo aver riprodotto a disegno gli ambienti... 

La Regina visitava spesso gli scavi, sempre più frequentati da architetti e antiquari francesi. 
Tra i primi ad accorrere fu il Mazois, architetto formato alla scienza archeologica ed antiquaria da Winckelmann e da Ennio Quirino Visconti. Tra il 1811 e il 1813 il Mazois dedicò alla Regina Carolina i primi due fascicoli delle Ruines de Pompéi, la prima grande opera sull'architettura e sull'urbanistica della città romana sepolta dal Vesuvio.


Dalla restaurazione borbonica all'unità d'Italia

Le sconfitte francesi nello scacchiere europeo e la restaurazione delle vecchie monarchie riportarono sul trono di Napoli i Borboni e Ferdinando IV, che aveva volutamente cambiato il nome in Ferdinando I, riprese gli scavi di Pompei senza particolare entusiasmo, mettendo in luce, tra il 1815 e il 1832 le Terme del Foro, il primo edificio termale di Pompei e le case del Poeta Tragico e del Fauno, quest'ultima chiamata inizialmente Casa di Goethe, in onore dello scrittore tedesco. 

Lo scoppio dei moti rivoluzionari del 1848 coinvolse direttamente gli scavi di Pompei. Giuseppe Fiorelli, all'epoca giovanissimo ispettore, acceso sostenitore delle idee liberali, fu l'organizzatore della Guardia Nazionale tra i custodi di Pompei e, riuscendo ad ottenere due cannoni, diventò istruttore artigliere di questo piccolo esercito di venti uomini. 
Nel 1850 gli scavi ripresero sotto la direzione del Soprintendente al Museo borbonico e agli scavi, il numismatico Domenico Spinelli. In questi anni vennero messi in luce la via stabiana e le terme che da essa presero nome. Tra il 1860 e il 1864 venne stampato il primo volume della Pompeianarum Antiquitatum Historia, storia degli scavi di Pompei, la cui prima stesura, a cura del Fiorelli, compilata durante la sua prigionia nelle carceri di S.Maria Apparente, era stata data alle fiamme dalla polizia borbonica. 

Con il definitivo allontanamento dei Borboni da Napoli e la costituzione del Regno d'Italia, la direzione degli scavi, grazie alle sue vecchie idee liberali e antiborboniche, fu affidata allo stesso Giuseppe Fiorelli, che riprese la pubblicazione del Giornale degli scavi. Furono questi anni di fervide ricerche e fu lo stesso Fiorelli a inventare il sistema dei calchi di gesso per tentare di ricostruire l'immagine degli abitanti sorpresi dall'eruzione, mentre fu disegnata una nuova pianta della città, divisa in regiones (quartieri) e insulae (isolati) e fu adottato il curioso sistema di dare i numeri civici alle case. Gli scavi vennero aperti al pubblico, fu istituito un biglietto d'ingresso e venne fondata una Scuola Archeologica di Pompei, luogo di formazione dei futuri archeologi. 

In questi anni visitarono Pompei due noti scrittori francesi, Gustave Flaubert nel 1851, in gita di piacere di ritorno dalla Grecia e Alexandre Dumas padre nel 1860, al seguito di Garibaldi. Il primo ci ha regalato dieci pagine del suo taccuino, quasi una piccola guida agli scavi, con brevi descrizioni dei principali monumenti, dall'Anfiteatro al quartiere dei Teatri, dal Tempio di Iside alle Terme del Foro. Alexandre Dumas, celebre autore de I Tre Moschettieri, volle invece diventare Direttore degli scavi di Pompei e del Museo di Napoli e il suo amico Garibaldi lo accontentò. 

Nel 1864 lo storico francese Hippolyte Taine giunse a Napoli e trascorse molti giorni a Pompei ed Ercolano, lasciandoci diverse suggestive descrizioni delle antiche rovine: 

l'immagine della città grigia e rossiccia....con le sue file di muri spessi e di basoli bluastri, nell'aria smagliante di candore; intorno, il mare, le montagne e l'orizzonte infinito. 

L'epoca del Fiorelli e dei suoi successori, Michele Ruggiero, Giulio de Petra, Antonio Sogliano e Vittorio Spinazzola porterà l'archeologia di Pompei ad una crescita lenta e graduale, nella seconda metà dell'800 e nei primi decenni del '900. Sotto la direzione Spinazzola si raccolsero e restaurarono, per la prima volta durante gli scavi, anche gli elementi architettonici relativi alla parte superiore delle case. 

Durante il nostro secolo i diversi direttori succedutisi a Pompei continuarono lo sterro degli edifici di tutta la Regione I, delle case a terrazza delle Regioni VII e VIII, delle mura, della necropoli di Porta Nocera e del suburbio a sud della città da Porta Marina all'Anfiteatro, in una zona celata sotto la terra di riporto degli scavi precedenti. 
Negli anni più vicini a noi, saggi stratigrafici nell'area del Tempio di Apollo hanno gettato nuova luce sulle fasi preromane di Pompei, in particolare per il VI-V sec. a.C., quando Pompei era una delle più fiorenti città etrusche della Campania. 

Il visitatore di oggi, ora che è stato completamente messo in vista il perimetro delle mura e una parte del suburbio di Pompei, ha una cognizione anche complessiva dell'antica città e può tentare di visitarla come se fosse quel museo a cielo aperto tanto auspicato dagli intellettuali del Settecento.  

Bibliografia essenziale:

E. Corti, Ercolano e Pompei, Torino 1957
A. Maiuri, Gli scavi di Pompei dal 1879 al 1948, in Pompeiana, Napoli 1950
A. Maiuri, Gli scavi di Ercolano, Resina 1958

H.Sigurdsson - S. Carey - W. Cornell - T. Pescatore, The eruption of Vesuvius in A.D. 79, in National Geografich Research, 1
F. Zevi, La storia degli scavi e della documentazione, in Pompei, 1748 - 1980. I tempi della Documentazione, Roma 1981
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