La pittura

LA PITTURA

Le tecniche della decorazione 
L'uso di rivestire le pareti degli edifici con l'intonaco, al duplice scopo di proteggere le strutture e quindi di decorarle, è attestato in Campania a partire dal III sec. a.C., periodo a cui risalgono proprio i più antichi esempi di pitture rinvenute a Pompei. Nel corso dei secoli la tecnica della pittura parietale romana rimarrà sostanzialmente la stessa di quella che ci è stata accuratamente descritta agli inizi del I sec. d.C. da Vitruvio e da Plinio, le indicazioni dei quali trovano un immediato riscontro nelle mirabili testimonianze presenti a Pompei. 

Per realizzare una decorazione pittorica era necessario prima di tutto apprestare la parete ad accogliere il dipinto, creando un fondo di preparazione composto da alcuni strati di diversa composizione e granulometria (questi potevano arrivare fino a sette, anche se nella maggior parte dei casi se ne riscontrano tre).
Un primo strato di spessore maggiore, caratterizzato da un aspetto un pò granuloso, era steso a diretto contatto con la superficie del muro e composto da calce e sabbia; via via, gli strati vanno diminuendo di spessore e raffinandosi nella loro composizione, sempre di calce e sabbia, o malta e polvere di marmo, fino ad arrivare all'ultimo strato spesso ormai solo pochi millimetri, costituito da calce pura accuratamente lisciata. 

È facile inoltre imbattersi in strati d'intonaco caratterizzati da numerose incisioni ottenute con l'aiuto di piccoli picconi o solchi tracciati con la cazzuola, che venivano effettuati per favorire una maggiore adesione dello strato successivo. 
Ulteriori accorgimenti potevano rendersi necessari in presenza di umidità: nel qual caso come è possibile osservare in alcuni ambienti della Casa del Fauno, o del Tempio di Apollo, prima dell'applicazione della decorazione dipinta la parete muraria veniva rivestita di lastre di piombo o di terracotta con la funzione di isolamento.

Una volta così apprestata la parete, si poteva procedere alla decorazione pittorica vera e propria, che veniva realizzata secondo la tecnica assai diffusa dell'affresco, consistente nell'apporre i colori sullo strato ultimo di calce ancora fresca, in modo tale che, ad operazione conclusa, i colori risultassero fissati dalla pellicola di carbonato di calcio che si era prodotta in seguito ad una reazione chimica sviluppatasi dalla calce spenta dell'ultimo strato d'intonaco a contatto con l'aria. 

Altra tecnica diffusa era quella della tempera, in cui i pigmenti dei colori venivano stemperati con acqua e albume, in funzione di collante: tale tecnica era limitata per lo più alle decorazioni sovrapposte su superfici già dipinte.

 Il lavoro del pittore procedeva dall'alto verso il basso per non sporcare la zona già dipinta (in un cubicolo della Casa del Sacello Iliaco al momento dell'eruzione si stava effettuando una nuova decorazione rimasta così interrotta alla fascia superiore) ed essendo condizionato dai tempi di tiraggio dell'intonaco, interessava superfici limitate, cercando di far coincidere le giornate di lavoro con zone di colorazione differente, per mascherare così i punti di giunzione con il cambiamento di raffigurazione o decoro.

Nel realizzare le decorazioni il pittore spesso si aiutava con dei disegni o semplici tracciati preparatori, eseguiti in ocra per le raffigurazioni di architetture, graffiti a stecca o con l'aiuto di cordicelle o della riga e del compasso per i motivi sottili e geometrici; nel caso di scene figurate, spesso si faceva ricorso a schizzi realizzati in rapide pennellate di colore. Alla fine le pareti venivano lavorate con appositi mazzuoli e levigate con polvere di marmo; qualche volta si lucidavano anche con cera.

Le maestranze che operavano a Pompei alla realizzazione delle decorazioni pittoriche di edifici sia pubblici che privati facevano capo a diverse botteghe, nell'ambito delle quali gli artigiani si dividevano nelle due figure principali del pictor parietarius a cui spettava il compito di affrescare i colori dello sfondo, delle fasce ripartite o ancora i motivi ripetitivi; mentre il pictor imaginarius era colui che interveniva nella realizzazione delle scene figurate o comunque dei motivi più complessi.

Gli stili pompeiani
La prima classificazione delle pitture pompeiane risale alla fine del secolo scorso ad opera di August Mau: nel suo studio sulla cronologia le pitture vengono catalogate e risistemate secondo una nuova concezione della parete decorata, considerata nella sua unità artistica. 
Su tale direzione mossero poi gli studi seguenti che contribuirono alla definizione delle diverse tipologie e successioni cronologiche all'interno dei quattro stili pompeiani divenuti canonici con il Mau.

Primo stile definito strutturale
200 a.C. - circa 80 a.C.
Si tratta di una decorazione che ha le sue origini in ambito greco e fu assai diffusa in tutto il mondo ellenistico; il I stile è caratterizzato dall'imitazione pittorica e a stucco delle pareti esterne di edifici pubblici e religiosi costruiti in blocchi squadrati di pietra, spesso rivestiti da lastre di marmo o di altri materiali preziosi. 
Nel mondo italico e, quindi, anche a Pompei le decorazioni parietali di questo tipo danno luogo ad uno stile autonomo, contraddistinto da un maggiore sviluppo della fascia inferiore costituita da uno zoccolo per lo più di colore scuro, su cui si impostano gli ortostati (lastre verticali), al di sopra dei quali è una zona più o meno ampia che imita una struttura a blocchi disposti nel senso della lunghezza.

In questo schema squisitamente geometrico, il cui risultato finale è quello di una architettura fittizia, il sistema ornamentale è affidato esclusivamente alla varietà dei colori che cercano di imitare le variegature naturali dell'alabastro, dell'onice, delle brecce e dei marmi a cui si ispirano.
In alcuni casi si riscontra, come negli atri o nei peristili di alcune abitazioni (Casa di Sallustio, Casa di Polibio, Casa del Fauno), una tendenza ad uno sviluppo verticale della decorazione, con pilastri in stucco, indicativi ancora una volta della stretto rapporto tra questo stile e l'architettura reale.

Ormai cancellati dal tempo, ma testimoniati dai disegni ottocenteschi delle pitture, sono invece piccoli e aggraziati fregi a girali, figure di uccelli o altri animali, più raramente scenette figurate, che, talvolta, decoravano ulteriormente i campi di colore degli ortostati.
Il periodo di diffusione del I stile è quello delle grandi domus pompeiane con facciate ed altri elementi decorativi in tufo, come la Casa del Fauno risalente al II sec. a.C.; tra gli edifici pubblici il miglior sistema decorativo di tale stile è conservato nella Basilica, edificio anch'esso di II sec. a.C.. 

Secondo stile definito architettonico
80 a.C. - fine I sec. a.C.
Con la colonizzazione romana della cittadina di Pompei, si diffonde un nuovo gusto nella decorazione pittorica, corrispondente al II stile, che comunque risulta essere una nuova espressione illusionistica di quello che, in parte, il I stile aveva precedentemente realizzato a rilievo di stucco. 
I motivi decorativi, oltre all'imitazione delle incrostazioni e delle pareti a blocchi squadrati, si traducono ora in complesse architetture composte da alternanza di podi, colonnati e soffitti con architravi, di cui una delle fonti d'ispirazione si deve ricercare, così come ricorda lo stesso Vitruvio, nelle architetture delle scene teatrali. 

La parete risulta quindi elaborata secondo schemi simmetrici di colonnati, oppure scandita secondo piani sviluppati in altezza e profondità, che offrono la sensazione illusionistica dello sfondamento degli spazi, dove lo sguardo si perde fino a quando non viene fermato da tendaggi o tramezzi.
Si va gradualmente affermando una ripartizione della parete secondo uno schema tripartito, in cui nella fascia mediana si pone al centro un elemento prospettico (una tholos, edificio a pianta circolare con cupola; un'edicola, facciata di un piccolo tempietto o una porta semiaperta) fiancheggiato da architetture; ai lati sono pannelli chiusi, decorati al centro da piccole scene che richiamano in genere il mondo dionisiaco e teatrale. 

Accanto a questi motivi si diffonde anche un gusto per le megalolografie, cioè le grandi scene in cui sono raffigurati personaggi a grandezza anche maggiore del naturale, come quelle rappresentanti una scena d'iniziazione ai misteri in un cubicolo della Villa dei Misteri o d'ispirazione mitologica in una sala della Villa di Fabio Sinistore a Boscoreale.
Nell'ambito di questi tratti caratteristici è stata comunque distinta una prima fase del II stile ancora strettamente connessa con l'aspetto costruttivo e fisico delle architetture, mentre in una fase più avanzata vengono introdotti elementi architettonici che porteranno ad un senso di apertura della parete reale verso spazi di illusionismo prospettico. Il colore e il gusto per l'ornato assumono un ruolo sempre più preponderante, trasformando l'aspetto severo degli elementi strutturali in elementi impreziositi da decorazioni vegetali, o sostituiti da erme o candelabri sormontati da esili figurine.

Diversi sono gli esempi di pitture di II stile, che decorano le nuove case che in questo periodo vengono costruite lungo il ciglio naturale della collina su cui si estende la città, e che sono organizzate secondo la nuova concezione dell'insula a più piani, come l'Insula Occidentalis e il vicino complesso della Casa di M. Fabius Rufus. In molti altri casi si verifica invece una continuità di occupazione degli edifici, spesso ampliati e ristrutturati, che vengono ridecorati secondo il nuovo gusto, come ad esempio la grande Casa del Labirinto nata dalla fusione di diversi nuclei, che conserva nelle stanze del settore settentrionale pregevoli esempi di decorazione parietale e pavimenti.

Fuori Pompei deve essere inoltre ricordata la Villa di Oplontis (Torre Annunziata), la cui decorazione pittorica è sicuramente tra i migliori esempi di pieno II stile.


Terzo stile definito ornamentale
15 a.C. - 45 d.C. circa
La nuova classe dirigente augustea, protagonista della vita politica e civile della colonia latina pompeiana, si fa portavoce dei nuovi valori spirituali e delle espressioni culturali che, all'indomani della battaglia di Azio del 30 a.C., e dell'avvento della pax augustea, sono propugnati da Roma, quali manifesto ideologico della nuova moralità augustea, cantata anche dai poeti.

Nell'ambito della decorazione pittorica, si determina un rinnovamento del gusto che comporta l'abbandono della precedente articolazione delle pareti, aperte su scorci e prospetti architettonici, per indirizzarsi verso una maggiore semplicità dello schema decorativo. 
Scomparsa così l'illusione prospettica, la parete si ricompone secondo precisi spazi chiusi suddivisi secondo una netta successione delle partizioni: procedendo dal basso quindi, lo zoccolo scuro, la zona mediana rossa, ma anche celeste, gialla, verde e la fascia superiore divisa in tre settori, per lo più bianca, su cui sono architetture ormai ridotte a forme puramente lineari.

Il III stile affida la sua efficacia decorativa al quadro figurato che occupa il centro della parete, e che si ispira a celebri dipinti greci o si rifà a rappresentazioni di tipo mitologico. 
Ai lati sono grandi campi di colore a fondo unito, impreziositi da bordure e figurine miniaturistiche che imitano la perfezione del cesello, suddivisi da sottili colonnine o candelabri d'argento, il tutto improntato sulla base di una attenta cura per l'aspetto ornamentale della decorazione, dove emerge la ricerca di un equilibrio e di una forma misurata.

Nelle pitture si riscontrano alcuni motivi decorativi di moda, ispirati a soggetti egittizzanti, come i fiori di loto, la sfinge e vasi rituali che richiamano le religioni orientali. 
Altro genere assai in voga riporta alla passione per l'ars topiaria, cioè l'arte dei giardini che, in epoca flavia e neroniana, raggiungerà il massimo splendore, e che nella pittura si tradurrà nella rappresentazione di ampi scorci di giardini spesso rappresentati attraverso finestre o porticati che contribuiscono a dare l'illusione di uno spazio reale aperto: i giardini, come quelli raffigurati nella Casa dei Cubicoli Floreali, sono arricchiti da alberi e cespugli popolati da uccelli e piccoli animali, da aiuole fiorite, pergolati, edicole e fontane marmoree.

Tra le case in cui sono visibili cicli pittorici di III stile si possono ricordare quella di Lucrezio Frontone, affacciante su una traversa di via Nola, il salone della Casa del Sacerdote Amandus, la casa di Cecilio Giocondo.


Quarto stile definito fantastico
45 d.C. circa - 79 d.C.
Il IV stile non è un fenomeno uniforme, ed è stato variamente classificato, nella sua evoluzione, secondo differenti fasi. Una data fondamentale per la cronologia di queste pitture è quella del disastroso terremoto del 62 d.C., in cui la città fu seriamente danneggiata, tanto che al momento dell'eruzione del 79 d.C. era ancora in fase di ricostruzione. Molte delle case di Pompei attualmente visibili ricevettero così una nuova decorazione pittorica, e ai restauri seguiti al terremoto coincide la diffusione dell'ultimo degli stili pompeiani.  

Lo studio dei resti di pareti dipinte risalenti a prima del terremoto ha dimostrato che in epoca claudio-neroniana, vi era stata un'evoluzione dello stile precedente nel senso di un ritorno ad una certa spazialità, rappresentata dal riapparire di prospettive e scorci architettonici, quali portici, padiglioni, architetture complesse che sono però ben lontane dal rappresentare l'illusione del reale, con la solidità delle strutture architettoniche.
Il tono delle pitture è più caldo, con una preferenza per i toni del giallo e del rosso vivo. Si assiste così ad un ripresa di alcuni dei motivi caratteristici del II stile, che vengono però rielaborati secondo un nuovo gusto in cui prevale il carattere fantastico su quello realistico.

Continua l'inserimento dei grandi quadri ispirati ad originali greci, che vengono in alcuni casi riproposti con una certa libertà di rappresentazione da parte del pittore imaginarius, spesso in quadretti centrali della parete, anche se questa non è più soggetta alle rigide regole della composizione strutturale precedente: è il caso ad esempio di molti cubicoli della Casa dei Vetti, tra le più visitate di Pompei per lo straordinario stato di conservazione delle pitture, attribuibili tutte al IV stile. 

Un altro gruppo di pitture si contraddistingue per la presenza di tendaggi gonfiati dal vento, sospesi tra architetture fantastiche, con caratteristici bordi ornati da motivi derivati da decorazioni tessili; al centro dei campi dai colori piuttosto accesi, si librano in volo delicate figurine o sono rappresentati, con rapide pennellate, piccoli quadretti. Un esempio di tale tipo di decorazione è visibile nel tablino della Casa della Caccia Antica.
Accanto a questi filoni in cui la pittura si esprime sulla base di toni più ricercati e ricchi di richiami colti, si sviluppa un genere di rappresentazione che, per soggetti e modi, è vicina al gusto popolare, essendo le rappresentazioni stesse legate alle esigenze della vita quotidiana, come le insegne delle botteghe, la decorazione di molti sacelli di culto o dei larari nelle case o agli angoli delle strade, le pitture sulle facciate di molti degli edifici commerciali lungo via dell'Abbondanza. Tra queste si deve ricordare un quadretto conservato attualmente al Museo Nazionale di Napoli, rappresentante con toni assai vivaci la rissa avvenuta nell'Anfiteatro nel 59 d.C. tra Pompeiani e Nucerini, in seguito alla quale vennero sospesi gli spettacoli per dieci anni.

Bibliografia essenziale:

S. Augusti, I colori pompeiani, Roma 1967
AA.VV., La pittura di Pompei, Milano 1991
A. Barbet, La peinture murale romaine, Paris 1985
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