La medicina

LA MEDICINA

La medicina domestica, religiosa, magica
Prima che venissero a contatto con la scienza medica greca (fine III sec a.C.) i Romani conoscevano la medicina, ma non la figura del medico come depositario di una scienza. Essi si curavano con una medicina empirica a carattere magico-rituale fondata su principi fideistici e su pratiche popolari tramandate per secoli.
Nel chiuso delle mura domestiche il pater familias preparava ricette per tutti: moglie, figli, schiavi. Catone, uomo di grande sapere, odiava i medici di professione e vantava di aver raggiunto una vegeta vecchiaia con l'abile uso dei rimedi da lui stesso preparati.

Quest'antica medicina era una scientia herbarum, un coacervo di nozioni basate sulla conoscenza degli effetti terapeutici di molti vegetali e varie sostanze organiche.
La primitiva medicina è strettamente legata alla religione, perchè l'uomo nella sua fragilità, ha sempre avuto bisogno di credere nella rassicurante presenza della divinità.
Culto antichissimo tra le popolazioni italiche e romane era quello in onore della dea Salus, introdotto a Roma fin dai primi tempi della repubblica, e quello di Carna ( o Cardea), dea connessa alla salute dei bambini. In onore erano tenute anche divinità minori, personificazioni di patologie ed eventi specifici: Febris (malaria), Angerona (mal di gola), Carmenta e Iuno-Lucina (nascita e parto).

Nel II sec. a.C. queste divinità, pure astrazioni, perdono d'importanza perchè vengono sostituite da divinità guaritrici antropomorfe come Apollo medicus e il greco Asclepio (l'Esculapio romano), dio medico in assoluto al quale furono dedicati templi in tutta l'Italia romana, ma il più famoso fu edificato in Roma, su l'isola Tiberina, e divenne meta di intensi pellegrinaggi.
Presso questi templi sorsero delle case di cura (iatreiae), dove i malati venivano tenuti sotto osservazione e sottoposti all'incubatio dai sacerdoti del dio: nel sonno doveva avvenire una specie di suggestione indotta dal rituale della manifestazione del dio (forse i sacerdoti travestiti), che indicava a ciascun malato quale terapia seguire. Ad Esculapio si rivolgevano di solito persone di bassa estrazione sociale, come dimostrano anche i modesti donaria o ex-voto anatomici rinvenuti in gran numero nelle favissae (fosse) scavate presso i santuari. Gli ex-voto, di solito in terracotta, erano riproduzioni di parti del corpo colpite da malattie e donate al dio dopo la guarigione. Accanto alla medicina domestica e a quella religiosa esisteva una medicina magica, anche se poi in realtà è molto difficile tracciare un solco di delimitazione tra di esse, perchè ognuna si manifestava sempre in commistione con elementi delle altre due.

Il popolo aveva una grande fiducia nel potere della magia, tant'è vero che le credenze popolari hanno una forte componente magica e irrazionale. Il mago-guaritore compiva i suoi incantesimi preparando filtri che avevano lo scopo di liberare il corpo dalle malattie.


L'influenza alessandrina e la medicina scientifica
Verso la fine del III e nel corso del II sec. a.C. entrarono in Roma, sulla spinta della conquista romana dei paesi ellenistici, diverse categorie di intellettuali greci e tra questi i medici professionisti ma anche guaritori di strada - e la loro scienza medica che rivoluzionò le conoscenze romane in merito, almeno negli ambienti di maggior aristocrazia culturale.

Ippocrate affermava che la salute si fondava sull'equilibrio dei quattro umori naturali del corpo (sangue, flegma, bile gialla, bile nera) e sul calore interno naturale; la malattia era prodotta da uno squilibrio umorale e dalla diminuzione di quel calore negli anni. Ascepiade, riprendendo e superando le dottrine fisiche di Democrito ed Epicuro, suoi maestri, inaugur una teoria molecolare secondo la quale la salute dipende dal perfetto e libero movimento degli atomi che compongono il corpo umano entro i pori che li contengono; insorge la malattia quando una qualsiasi causa ne rallenta o impedisce il movimento. Notevole fu l'influenza di Asclepiade sullo sviluppo di una scienza medica romana che ebbe anch'essa i suoi bravi medici. Aulo Cornelio Celso, per esempio, eccellente farmacologo e chirurgo, che scrisse il trattato De medicina, opera estremamente interessante perchè, oltre ad essere un compendio delle dottrine ippocratiche ed asclepiadee, mostra quale uso la mentalità pratica romana facesse della speculazione teorica greca. Celso parla con grande competenza di dietetica, di igiene, di farmacologia, di chirurgia, di molteplici altri argomenti inerenti alla salute. Diede notevole contributo alla farmacologia con importanti ed esatte osservazioni sulle solanacee, sulla radice di granato e sulla tossicità del vino contenuto in recipienti di piombo; a tale materiale egli imputava la tossicità del vino e delle acque potabili, che produsse nel mondo romano il fenomeno del "saturnismo", cioè un'intossicazione da piombo, il cui effetto era una cattiva funzionalità del rene.

Tale scompenso cagionava un eccesso di acido urico nel sangue e nei tessuti, dando dolori acutissimi e impedendo il movimento degli arti (gotta saturnina).
Tra i medici romani più famosi fu Antonio Musa, fiorito tra il I sec. a. C. e il I secolo della nostra era, celebre per aver curato e salvato Augusto da una grave artrite e da scompensi di fegato.
Divenne, per tali meriti, ricco e famoso. Allievo di Asclepiade, fu però un pratico e fondò il suo metodo sulla idroterapia fredda e su pratiche dietetiche. Egli credeva nel potere terapeutico della cicoria, della lattuga e dell'indivia.

A Pompei fu ritrovato un urceo con l'iscrizione: faecula aminea Musae ad varia petita ( fecola aminea di Musa adatta alla cura di varie malattie). Si trattava di un preparato medicinale a base di vino attribuibile ad Antonio Musa.


La condizione del medico nella società romana
La figura del medico e la sua professione ebbero una regolamentazione giuridica solo in età imperiale. In epoca repubblicana esercitare l'arte medica poteva essere una prerogativa di tutti, per cui accadeva che proliferasse un considerevole numero di predicatori di falsi rimedi, di incompetenti, di avventurieri spinti dal miraggio di ricchi e facili proventi. 

Questo fenomeno obbligò ben presto Roma a dare un severo assetto legale alla professione al fine di rendere assai difficile, quando non impossibile, la vita ai ciarlatani.
Per attirare i medici greci in Roma, bisognosa delle loro prestazioni, Giulio Cesare concesse a questi, nel 46 a.C., la cittadinanza romana e Augusto li esentò dalle tasse. Vespasiano più tardi concesse che si riunissero in collegia, associazioni di diritto poste sotto la tutela dello Stato. E la professione era anche ben remunerata, se si tiene conto che, al tempo di Cesare un medico percepiva uno stipendio di 35 mila lire e sotto Settimio Severo di 75 mila lire con un potere d'acquisto della moneta di quei tempi venti volte superiore a quello della lira attuale.

La professione del medico, come del resto quella del maestro, nella Roma repubblicana fu svolta quasi sempre da schiavi e liberti - talora anche da donne - perchè le famiglie patrizie avevano la tendenza a servirsi di un medico fisso in casa, mentre medici a parte vi erano per gli schiavi.
Il medico curava i malati a domicilio o li riceveva nell'ambulatorio detto medicina o taberna medica (iatreion in greco), procedendo alla visita, come avviene oggi, con l'indagine del polso, la palpazione dell'addome e del ventre, l'auscultazione del torace, l'osservazione della gola, dell'urina e delle feci.

C'erano molti più medici specialistici che non generici, soprattutto numerosi erano gli oculisti, i medici ocularii, che alleviavano i fastidi agli occhi esclusivamente con l'uso del collirio, liquido o più spesso solido, preparato con materie vegetali o minerali.
La medicina romana, nonostante il controllo della scienza medica greca, per il suo carattere essenzialmente pratico e le sue tradizioni occulte, non riuscì mai a disciplinarsi entro una rigida speculazione teorica e, almeno negli ambienti in cui l'esercizio della stessa mantenne livelli modesti, i medici associavano facilmente pratiche magiche e uso di talismani con rimedi scientifici per alzare il morale di pazienti molto più disposti a credere in formule apotropaiche che non in medicine sperimentate. A Pompei infatti sono stati rinvenuti moltissimi amuleti: mani pantee, falli ritti, vulve aperte, uomini piegati nell'atto della defecazione, e, spesso un occhio (certamente quello del malocchio) trafitto da un'arma appuntitata, attaccato da bestie feroci.

La farmacopea tra sperimentalismo e sortilegio
I Romani avevano sconfinata fiducia nella medicina empirica per la quale essi utilizzavano tutte le risorse del mondo naturale: Catone, Celso, Plinio, Dioscoride elencano moltissime piante officinali. Numerose erbe, essenze vegetali e sostanze minerali entravano nella farmacopea romana, sostanze talora efficaci perchè contenenti principi attivi, ma spesso anche rimedi inutili dettati solo da superstizione o da suggestione. La medicina delle signatures, per esempio, basandosi sulla somiglianza con organi umani di alcuni vegetali, riteneva ognuno di questi efficace per la cura di affezioni che colpivano l'organo somigliante, ma in realtà raramente vi erano presenti principi attivi. I farmaci in Roma venivano commercializzati con assoluta libertà e questo favoriva anche l'incremento della sofisticazione di sostanze medicinali semplici, soprattutto di quelle che venivano importate da terre lontane.

Molte sostanze usate oggi nella cosiddetta medicina popolare venivano utilizzate anche dai medici romani; l'aglio è oggetto di sessanta ricette tramandate da Plinio per la cura di disturbi vari quali morsi di serpente, emicrania, ulcere, epilessia. La più importante delle piante medicinali, usata forse anche oltre la sua reale efficacia, era il laserpicium, il "silfio" dei Greci, dalle cui radici si estraeva un succo, il laser, ritenuto un toccasana per innumerevoli malesseri. Sebbene il laserpizio crescesse in Media, in Siria, in Libia e in Armenia, Plinio afferma che la specie più pregiata è quella cirenaica. I Romani lo ritennero talmente indispensabile che con il suo commercio fecero arricchire la città di Cirene, ma determinarono la rapida estinzione della pianta.

Molto prezioso venne considerato anche il balsamo, un medicamento ricavato dall'incisione dei rami di una pianta che cresceva in una imprecisata valle della Giudea e in Egitto. Non meno accaniti furono i Romani con lo zafferano (crocus), pregiata sostanza vegetale ritenuta idonea per la cura di ulcere, infiammazioni, suppurazioni, avvelenamenti.
Largamente usato nella farmacopea romana era l'oppio ottenuto per macerazione del papavero o per incisione del suo calice. Entrava nella composizione dei farmaci calmanti e antidolorifici e quasi sempre nella preparazione dei colliri per lenire il dolore provocato dalle congiuntiviti. Per il mal di denti si ricorreva al lattice dello stelo della senape o alla polpa di zucca mescolata con assenzio e sale. I fichi erano ritenuti efficaci per le malattie della pelle, per la tosse, le tonsilliti e le polmoniti.

Per le diarree e le scottature venivano indicate le lenticchie, ma molti dubitavano delle loro proprietà terapeutiche.
A Terzigno, in una villa rustica, furono ritrovate erbe carbonizzate tra cui si individuarono, in notevole quantità, trifoglio e erba medica frammista a silene notturna e a sporadiche presenze di favino e pisello attualmente conservate nell'Antiquarium di Boscoreale. Note erano pure le proprietà astringenti del tannino contenuto nel melograno e le virtù febbrifughe e antivomitive del succo del frutto acerbo.

Un graffito che si legge su una colonna della Grande Palestra a Pompei cita la peonia come pianta medica calmante. La peonia era segnalata negli antichi testi greci di medicina come rimedio specifico contro l'epilessia.
Usati erano anche i medicamenti di natura minerale, pure se in numero minore rispetto alle sostanze vegetali, perchè ancora sconosciute erano la chimica e l'alchimia. Tra questi l'auripigmentum (solfuro giallo di arsenico) per disinfettare le ferite.

L'argilla curava quasi tutte le malattie della pelle, oltre ad essere ingrediente base per molti medicamenti destinati ad arrestare le emorragie, a ridurre le sudorazioni, a riassorbire le tumefazioni. Esistevano diverse varietà di argilla: la varietà bianca (creta cimolina) era importata da Cipro e trovava impiego soprattutto nella cosmesi; l'argilla ferrosa (terra samia) importata dall'isola di Samo e l' argilla rossa dell'isola di Lemno, la varietà più pregiata, molto richiesta a Roma, avevano forti proprietà cicatrizzanti.

A Pompei furono rinvenuti contenitori in vetro con base quadrata -quelli che solitamente lo "speziale" portava nella propria cassetta per diluire i medicamenti - con residui di argilla sul fondo. Amalgamata con sostanze attive vegetali o animali, l'argilla veniva ridotta in pastiglie sulle quali si imprimeva il sigillo del medico che le confezionava.
Sostanze medicinali provenivano anche dal regno animale. Celso consigliava il grasso d'oca per le infiammazioni dell'utero.

Plinio e Dioscoride prescrivevano di applicare una ragnatela come emostatico per le piccole emorragie. Molto impiegata era la bile di vipera (e di altri animali) che entrava come ingrediente nella composizione di colliri, mentre la carne di vipera era prescritta da Antonio Musa nella cura delle ulcere maligne.
A Pompei furono ritrovate ampolle - ora esposte nell'Antiquarium di Boscoreale - contenenti una micromolluschi in infusione forse per ricavarne qualche principio attivo, altre anellidi per la cura della parotite. L'irrazionale e la superstizione si evidenziano soprattutto nella vocazione della medicina romana a credere che esistessero ricette valide per tutti i mali - Catone stesso diceva che il cavolo era un rimedio universale - o a utilizzare medicamenti privi di fede scientifica come quello di curare "la malaria portando un amuleto formato dall'occhio destro di un lupo seccato sotto sale" oppure di diminuire la febbre con "tre gocce" di sangue di asino mescolate all'acqua" o "fegato di gatto ucciso durante la luna calante conservato sotto sale, stemperato nel vino e poi bevuto"; "sterco di capra stemperato in vino vecchio" era rimedio per le costole fratturate; "inalazioni di fumo di sterco secco di vacca"e "fegato di lupo stemperato nel vino" curavano la tubercolosi.

Veleni e antidoti
Tra i Greci e i Romani fu sempre diffusa, in maniera si può dire ossessiva, la paura per gli avvelenamenti, tanto che nell'81 a.C. venne emanata la lex Cornelia de sicariis et veneficiis che condannava i pubblici venditori di medicine dannose e di veleni.
Grande sgomento suscitava l'avvelenamento da serpenti e molti furono gli antidoti approntati per neutralizzarlo.
Ma autosuggestione e false credenze indussero i Romani a temere fortemente anche il morso della tarantola, in effetti innocuo. In realtà il tarantolismo, cioè il muoversi convulsamente, era un fenomeno indotto solo da suggestione individuale e da isterismo collettivo. Anche la puntura dello scorpione, in realtà solo irritante, era molto temuta, tanto che contro di essa venivano proposti da alcuni medici rimedi bizzarri oltre che inefficaci, dettati solo da grossolane credenze, come quello di arrostire lo scorpione e di dirigerne il fumo sulla zona punta o addirittura di ingoiare l'animale triturato nel vino.

Per gli avvelenamenti da cibi e da bevande i medici provocavano tempestivamente il vomito, quindi intervenivano con gli antidoti.
Il tipo di avvelenamento più frequente era prodotto dai funghi e lo stesso imperatore Claudio ne rimase vittima. Questo perchè spesso, come accade oggi, si dava fiducia a criteri di distinzione delle specie eduli e di quelle velenose del tutto privi di fondamento, come quello di servirsi di amuleti o di aggiungere un germoglio di pero all'olio in cui si friggevano i funghi (Celso) o di mangiare, dopo l'avvelenamento, un rafano condito con olio ed aceto (Nicandro).

Molto richiesta e largamente prodotta fino alla metà dell'Ottocento in Europa, fu la "triaca", messa a punto da Andromaco, medico di Nerone, antidoto nella cui composizione entravano sostanze vegetali e alcune parti della vipera.


Dietetica e cure termali
Prima di ricorrere alle terapie medica e chirurgica, i medici romani consigliavano, in un ottica preventiva, il ricorso alla dietetica, tenuta da essi in grandissima considerazione e intesa non solo come igiene alimentare, ma anche come pratica di esercizi fisici e idroterapia.

Si potevano prescrivere alimenti specifici come il brodo di aragosta considerato eccellente febbrifugo, lo zampone di maiale per i convalescenti di pleurite, il fegato di volpe per chi aveva problemi respiratori. 
Per i disturbi intestinali erano consigliate cozze ed ostriche in caso di costipazione e carne di gru in caso di diarrea.
Molto diffuse erano anche le bevande per dissetare i malati come la "tisana" a base d'orzo, preparata da medici e farmacisti secondo ricette diverse.

La medicina fu anche e soprattutto igiene. I resti grandiosi di terme e acquedotti sono la testimonianza palese che i problemi della pulizia del corpo furono sentiti come un fatto pubblico e sociale e tale consapevolezza derivò dal profondo senso della vita collettiva che caratterizzò la cultura e la civiltà romana. Basti pensare che in epoca imperiale, a Roma, si contavano più di trecento bagni pubblici alimentati da nove acquedotti e, se in un primo tempo, le terme erano frequentate solo da patrizi, in seguito furono aperte a tutte.

L'importanza dell'idroterapia e della terapia fisica, spesso prescritte dai medici, obbligò anche piccoli nuclei urbani ad avere uno o più edifici termali. I medici romani infatti prescrivevano i bagni più di quanto non si faccia oggi, ritenendo l'idroterapia utile contro le malattie di fegato, le patologie del colon, l'itterizia e proponendola come decongestionante nei raffreddori e rimedio fattivo nelle malattie della pelle (nel qual caso si aggiungevano all'acqua sale ed erbe mediche). In particolare il bagno di sudore (sudatio), per i Romani il bagno per eccellenza, oggi tanto praticato in case di cura e istituti di bellezza (sauna), era prescritto da Celso per espellere le sostanze tossiche dall'organismo. Eliminando le tossine si normalizzava la pressione arteriosa e si riattivava il metabolismo con beneficio dello stato psichico.

Medicina cosmetica
Rimedi medici esistevano anche per la cura e la bellezza del corpo: i semi di lino levigavano la pelle e le unghie; il cumino, importato direttamente dall'Egitto e dall'Etiopia, oltre a curare la rabbia e la flautulenza, schiariva e illuminava l'incarnato; l'orzo misto a miele e sale rendeva bianchi i denti e profumava l'alito; c'era un decotto anche per eliminare il cattivo odore del sudore delle ascelle e un rimedio per dare volume ai capelli e impedirne la caduta.

Molta importanza si dava, nel quadro della medicina cosmetica-dermatologica, alle malattie e imperfezioni della pelle.
Per lenire le scottature si usavano foglie di bieta o di giglio cotte nell'olio e le verruche si eliminavano o chirurgucamente o con sostanze corrosive come la feccia del vino o i fichi acerbi cotti nell'acqua. Un largo impiego trovavano le lenticchie cotte e amalgamate nel miele per curare le lesioni cutanee da geloni, le pustole, le scottature da raggi solari.

La preoccupazione per la piacevolezza dell'aspetto, soprattutto muliebre, imponeva alla farmacia ufficiale romana di combattere l'acne con una pomata i cui ingredienti erano resina, allume e miele e di eliminare macchie del viso e lentiggini con preparati vari. A questo scopo mirava la prima maschera di bellezza tramandataci dalle fonti e di cui fu artefice un medico di nome Trifone. Nella sua composizione entravano argilla azzurra, farina d'orzo, mandorle amare ed erbe pregiate pestate e amalgamate nel miele. Si applicava di sera sul viso e si eliminava con abbondante lavaggio.

Pulire la pelle fu una premura costante delle donne romane e a tal proposito esistevano in commercio numerosi detergenti profumati o medicati. E per i denti si usavano dentifrici in polvere, di cui i migliori erano quelli a base di corallo rosso triturato. Si stemperava nell'acqua la quantità necessaria un poco prima dell'uso. In Pompei sono attestate varie officine per la preparazione di profumi e saponi.


Farmacisti e strumentario farmaceutico
Quando giunsero in Roma, i medici greci esercitavano la professione e nel contempo preparavano anche medicamenti nel loro ambulatorio, ed essi stessi erano chiamati pharmakeis. Chi preparava i farmaci senza esercitare l'arte medica veniva detto pharmacotriba o pharmacoteuta, figura questa lodata da Galeno per la precisione e l'esatta cognizione con cui preparava i farmaci.

Altre categorie di preparatori erano: i seplasiari, commercianti di profumi, creme e oli per la bellezza del corpo; gli unguentari, preparatori di unguenti e balsami medicati in uso nelle palestre e nelle terme.
Vi sono quattro scritte elettorali in Pompei che testimoniano la presenza di unguentari nella città. Di questi ci sono giunti anche alcuni nomi: un tale M.Decidio Fausto che fu ministro della Fortuna Augusta nel 3 d.C., un certo Agatho, un Febo il cui nome compare anche nel Lupanare;i pigmentari, venditori di droghe; i rizotomi e gli erbolai, raccoglitori di radici e di tuberi, di erba e di prodotti vegetali come fiori, frutti, semi, cortecce che venivano preparati e conservati in cassette di legno. La raccolta avveniva con l'esercizio di pratiche magiche e astrologiche per evitare che i prodotti perdessero le loro proprietà terapeutiche.

Per ridurre in polvere questi vegetali si utilizzava il mortarium, in forma di bacinella con un foro che si collegava ad una scalanatura per la fuoriuscita dei liquidi. Per pestare le sostanze nel mortaio si usava il pestello. Le polveri venivano pesate con piccole bilance bronzee o anche misurate con opportuni cucchiai che servivano anche per la somministrazione dei medicinali. A Pompei ne sono stati rinvenuti in gran numero.
Le sostanze liquide si conservavano in vasi di vetro, di metallo, di legno, di corno, in vasi fittili a volte vitriati e talora addirittura d'argento, d'oro e di alabastro. Ogni vaso recava un cartiglio con la denominazione del medicamento, delle malattie che con questo si poteva curare, con la composizione.

A noi sono pervenute piccole cassette di bronzo, più raramente di osso o di avorio, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e in musei stranieri, divise internamente in più scomparti e chiuse con coperchio scorrevole. A Pompei furono rinvenute cassettine in legno con sostanze farmaceutiche ancore riposte nei singoli comparti.
Le sostanze medicinali erano preparate e poste in commercio in forme farmaceutiche varie: decotti, macerazioni, infusi, polveri, unguenti, colliri, tisane, pillole, pessis, cataplasmi, impiastri.

Le pillole sono una preparazione antichissima con cui si somministravano in un primo tempo soprattutto le sostanze anodine, cioè quelle calmanti e soporifere, trovando pertanto largo impiego in associazione alla chirurgia. I pessis erano una specie di ovuli vaginali, medicamenti fatti assorbire nella lana cardata e introdotti nelle parti naturali della donna. Ovuli vaginali a base di grasso di leone amalgamato con olio rosato costituivano la cura contro la sterilità.

Chirurgia e strumenti chirurgici
La medicina romana avanzò rapidamente nella chirurgia sulla base degli incisivi e profondi studi di anatomia fatti dagli alessandrini. La chirurgia era la terapia più efficace in traumatologia, ma anche la farmacologia pertinente alla cura delle ferite si sviluppò ampiamente. Celso enumera, dettagliandole, ventotto ricette di impiastri, disinfettanti che si applicavano sulle ferite con una spatola o con lana cardata. Le ricette più utilizzate, perchè ritenute più efficaci per la disinfezione, erano quelle dell'empiastrus smaragdinus (resina di pino, verderame, cera, olio, fuliggine d'incenso amalgamati nell'aceto) e del tetrafarmaco (pece, resina, cera, sebo di toro). Per la cicatrizzazione delle ferite si ritenevano idonei l'albume d'uovo, il miele cotto, le lumache polverizzate insieme ai gusci, i semi di lino, l'incenso, la mirra, l'argilla rossa di Lemno, che fu il cicatrizzante più usato. Per lenire il dolore localizzato sulla ferita si potevano fare applicazioni di composti a base di oppio.

I chirurghi romani riuscivano ad eseguire perfettamente tutta una serie di interventi: il parto cesareo, la rimozione della cornea in caso di cataratta, la riduzione chirurgica delle ernie, la riduzione cruenta di tutti i principali tipi di fratture; e conoscevano e praticavano anche la trapanazione del cranio.
Eseguivano la cauterizzazione delle varici e la rimozione dei calcoli dalla vescica. Amputavano arti o estirpavano cancri o recidevano ossa servendosi di anestetici come oppio o succo di mandragola bianca. Sappiamo, dalle testimonianze di scrittori latini (Marziale), che si praticavano anche estirpazioni di denti malati, e addirittura si conosceva la chirurgia plastica, in quanto vi erano medici capaci di eliminare dalla pelle i marchi attestanti la condizione servile.

Prima della scoperta di Pompei ed Ercolano, non si aveva una conoscenza diretta, se non attraverso le opere degli scrittori latini, dei procedimenti e degli strumenti usati in chirurgia.Pertanto la scoperta nel 1771 della Casa del Chirurgo fece scalpore: furono ritrovati molti strumenti chirurgici, circa quaranta pezzi, chiusi in custodie metalliche, di cui molti rispondono alle descrizioni che ne fece Celso nel suo De medicina e anche una cassetta a scomparti contenente polveri farmaceutiche.

Sul muro della Grande Palestra a Pompei, é inciso il nome di un medico operante nella città, Pierus Terentius Celadus che, sicuramente, stando ai ritrovamenti doveva possedere uno strumentario chirurgico straordinario e per varietà e per fattura.
La cassetta degli strumenti era indispensabile perchè il medico potesse esercitare la sua professione con prestigio; spesso era di pregevole fattura e conteneva bisturi, raschietti, pinze emostatiche ed odontoiatriche, uncini, cateteri, sonde e specilli, ventose, divaricatori vaginali e anali, ferri che il chirurgo romano sapeva di dover sterilizzare prima di eseguire un intervento.

Sonde e specilli, solitamente di bronzo, servivano ad esplorare le cavità del corpo per osservare eventuali patalogie, prima di intervenire chirurgicamente.
Il cauterio era uno strumento in ferro necessario per l'arresto delle emorragie, per l'ablazione del carbonchio e la cauterizzazione delle varici.
Di aghi ne sono stati ritrovati tanti: in bronzo, argento, osso. Servivano per la sutura delle ferite e per l'abbassamento della cataratta. Molto praticata in medicina, soprattutto dagli umoralisti, era l'applicazione delle ventose o coppette (cucurbita, cucurbitula = piccola zucca), necessarie, a loro avviso, a sottrarre sostanze nocive dal corpo per eliminare stati patologici. Venivano di solito realizzate in bronzo, in corno e in vetro, materiale raccomandato perchè consentiva di controllare il flusso del sangue.

Merita menzione, per l'elegante fattura e l'abile esecuzione, un forcipe a branche curve proveniente da Ercolano. Composto da due pezzi uniti da un perno, serviva per estrarre frammenti di corpi estranei da piccole cavità del corpo o per allacciare le arterie.


Il parto
Le donne romane partorivano sulla cosiddetta "sedia ostetrica" che era munita al centro del sedile di un'apertura per la fuoriuscita del neonato. Due impugnature consentivano alla partoriente di aggrapparvisi durante le doglie e l'ostetrica le si sedeva frontalmente, ponendosi un poco più in basso, mentre un assistente da dietro cercava di tranquillizzarla e di impedirne i movimenti.

Presidi sanitari e officine farmaceutiche
 Notevoli sono le tracce del servizio sanitario a Pompei.
Presso la porta principale della Grande Palestra era sistemato un presidio di pronto soccorso per gli infortuni sportivi. Si sa infatti che l'attività fisica esercitata nella Palestra e nell'Anfiteatro e le corse degli aurighi su un terreno accidentato rendevano necessaria, e quindi molto probabile, la presenza di un medico. La cassetta in legno (theca vulneraria) con molti ferri chirurgici, qui rinvenuta accanto a un gruppo di scheletri di fuggitivi, doveva certamente appartenere a quel P.Terentius Celadus, medico, sicuramente tra il gruppo, del quale è memoria su una parete della stazione sanitaria per aver soccorso un certo Amando.

Il ritrovamento di ferri chirurgici sul pavimento di un ambiente della Casa del Chirurgo, abbandonati forse per sfuggire alla tragedia che si stava compiendo, lascia presupporre che colui che vi abitava al momento dell'eruzione fosse un medico. Tra i vari ferri nedici furono trovati anche strumenti da veterinario, in quanto tale casa è ubicata vicino Porta Ercolano, dove erano stalle e stazioni per il cambio di cavalli.
La bottega VI, 4, 1 in via Consolare è stata identificata come "officina farmaceutica", perchè qui, nel 1804, furono ritrovati alcuni vasi e bottiglie con residui di preparati chimici, pillole, un cucchiaio e un piattino per unguenti.

Anche nella Casa di Pupio (VI, 2, 22.15), in una stanza prospiciente il viridario, venne trovata una cassetta con eleganti decorazioni contenente strumenti chirurgici.
Il gran numero di attrezzature mediche e farmaceutiche recuperate nella Casa del Centauro (VI, 9, 3) e in quella di A.Vettius Caprasius Felix (VI, 9, 5), comunicanti tra loro, lascia supporre che ci troviamo in presenza di un'officina farmaceutica.
Una bilancia con pesi, pentola con balsami e contenitori in vetro furono ritrovati nelle stanze che si affacciano sull'atrio tuscanico.

Un grande ambiente della Casa del Medico (VIII, 3, 10.12), dove fu raccolto un gran numero di strumenti chirurgici e attrezzi farmaceutici, fu identificato come farmacia. Al piano soprastante si sviluppava l'abitazione privata del medico, A.Pumponius Magonianus, che aveva destinato presumibilmente gran parte del pianterreno al traffico del pubblico.
Vari indizi architettonici, oltre agli strumenti chirurgici distribuiti per l'intero edificio, lasciano supporre che la Casa di Philippus (VI, 13, 20.21) fosse utilizzata come clinica. Vi sono, infatti, stanzette distribuite sui due piani del peristilio e due entrate separate che consentivano di accedere alla parte anteriore della casa, indipendentemente da quella attorno al peristilio. Tra le attrezzature mediche si rinvennero sonde, un astuccio, due pinzette, un contenitore per pomata, ventisette bottigline.

Anche per la Casa del Medico Nuovo (VIII, 5, 24), ubicata in via dell'Abbondanza, fu addotta l'ipotesi che si trattasse di una sorta di clinica, essendo stati raccolti strumenti chirurgici in tutte le stanze.
La presenza di strumenti chirurgici nella Casa di Marcus Lucretius (IX, 3, 5.24), fra tanti altri oggetti legati ad attività commerciali, fa supporre che un membro di questa famiglia esercitasse la medicina. Si ipotizza che il negozio annesso dove furono ritrovati un astuccio da cerusico e strumenti di metallo, fosse una rivendita di ferri chirurgici o un ambulatorio medico.

La necessità di prestare soccorso ai gladiatori durante gli allenamenti e gli agoni rendeva essenziale che il medico che di essi si occupava stazionasse stabilmente sul posto. La Casa del Medico dei Gladiatori, adiacente alla caserma, ha davanti alla facciata due panche in pietra dove i pazienti attendevano il loro turno di entrata. Nell'ambulatorio, molto angusto, furono ritrovati vari attrezzi chirurgici.
Molti ferri medici furono ritrovati nella Casa del Medico Nuovo II (IX, 9, 3.5), soprattutto in un ambiente identificato con l'ambulatorio: vari piccoli strumenti chirurgici in ferro, un forcipe, uno speculum uteri, varie pinzette etc., tutti contenuti in una cassetta di legno. D'altronde l'immagine del centauro Chirone, medico nella mitologia, dipinta su una parete del tablino è anch'essa indizio probante della attività esercitata dal proprietario di questa casa.

Bibliografia essenziale:
L.Capasso, La medicina nell'antichità, in "Archeo" dossier n.13
L.Capasso, I Romani in farmacia, in "Archeo" dossier n.57, Novara 1989
M.della Corte, Case ed abitanti di Pompei, Napoli 1953
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