La fortuna di Pompei nella produzione artistica tra Settecento e Ottocento



Dopo la scoperta di Ercolano e di Pompei l'entusiasmo per i rinvenimenti archeologici nel territorio vesuviano attirò per circa un secolo l'interesse di uomini di cultura, viaggiatori e sovrani, nell'ambito del grand tour straniero. In particolare il tema dell'ultima notte di Pompei e della fuga ha trovato un'ampia diffusione nella produzione artistica e letteraria, europea e americana del XVIII e XIX secolo.
A testimonianza della fortuna di Pompei nella produzione artistica, la mostra dedica una sezione all'immagine della vita quotidiana, dell'eruzione e delle vittime in fuga nell'iconografia del Settecento e dell'Ottocento. All'interno di tale iconografia Pompei assume il significato sia di emblema di una società cancellata dalla terra in un solo momento per l'intervento delle divinità, per decadenza o per cause naturali, sia di esempio della resurrezione della cultura antica. L'inglese Jacob More per primo intitolò un suo dipinto, nel 1780, "Mont Vesuvio in Eruption: The last Days of Pompeii"; Joseph Franque, dopo il ritrovamento di scheletri nel corso di scavi condotti nel 1812, ritrasse la scena della morte di una donna e dei suoi figli caduti da un carro. Ma il dipinto che più di tutti sembra ispirarsi al romanzo di Bulwer-Lytton,The Last Days of Pompeii, è Gli ultimi giorni di Pompei di Karl Bruillov, esposto a San Pietroburgo nel 1833; qui l'eruzione del Vesuvio diventa pretesto per scene di terrore e di tragedia.
Lo stesso Goethe, sebbene nel 1767 avesse notato di Pompei "la sua piccolezza e angustia di spazio", rimase colpito nell'immaginazione dalle vicende umane del momento dell'eruzione del 79 d.C., come indicano raffigurazioni in rapidi schizzi ora alle Kunstsammlungen di Weimar.
I rappresentanti napoletani di questo genere pittorico, che si sviluppò successivamente nel filone "storico romano" ampiamente documentato nelle opere di Sir Lawrence Alma-Tadema, preferiscono dedicarsi a divagazioni aneddotiche o sentimentalistiche: l'origine di tale genere "neopompeiano", che prese avvio negli anni cinquanta dell'Ottocento, risale a Domenico Morelli e ai suoi seguaci, che nell'ambito di un attento studio filologico degli scavi di Pompei, si impregnarono nella ricostruzione di scene di vita quotidiana.
Morelli, in particolare, ambientò le scene pompeiane all'interno di edifici quali terme, le domus e le tabernae. Nella ricostruzione fedele dei luoghi archeologici venne utilizzato pure il nuovo mezzo tecnologico: la fotografia. Tra gli allievi di Morelli si ricordano il napoletano Camillo Miola e Federico Maldarelli: la produzione di quest'ultimo, incentrata sulla realizzazione di diverse "Donne pompeiane", incontrò un notevole successo di pubblico. Al classicismo del filone "neopompeiano" si riconducono anche il pittore pugliese Francesco Netti, autore della celebre Lotta dei gladiatori durante una cena a Pompei, e il calabrese Enrico Salfi, di cui si ricorda il dipinto Venditore di anfore a Pompei.
Tiziana Rocco (*) 
(*) in Storie da un' eruzione. Guida alla mostra, Milano 2004
 

  • AA.VV. Alma Tadema e la nostalgia dell' antico. Catalogo della mostra, Milano 2007
  • Gina Carla Ascione, Pompei e il mondo classico nella produzione pittorica napoletana tra “accademia” e “storia”, in Storie da un’eruzione. Catalogo della mostra, Milano, 2003
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