La casa

LA CASA

Peristilio della casa del Poeta Tragico (Computer Grafica: Capware)



Origini e sviluppo della casa ad atrio
Molto si è discusso sull'origine della casa ad atrio e più ancora sulla sua evoluzione, perché non si hanno testimonianze né archeologiche né letterarie sicure dei primitivi abitati italici.   L'esplorazione di necropoli e la documentazione delle urne a capanna della cultura villanoviana dell'Etruria e del Lazio danno un'idea del tipo dell'antica capanna italica da cui dovette svolgersi la casa ad atrio, ma tra la capanna e il costituirsi di esso come casa di città esiste un vuoto che l'indagine archeologica non ha ancora colmato.   Pompei consente di seguire l'evoluzione della casa italica e romana a partire dal IV-III sec.a.C. trovando il suo schema più puro nella cosiddetta casa del Chirurgo dove si evidenzia, tra i pochi rifacimenti, un nucleo originario costituito da ambienti coperti gravitanti intorno all'atrio (atrium o cavum aedium), un cortile interno illuminato da un'apertura centrale nel tetto.

Nella primitiva capanna pastorale il tetto doveva essere inclinato verso l'esterno, come attestano anche le urne cinerarie dell'età del ferro, e l'apertura al centro doveva servire a disperdere il fumo del focolare collocato proprio nello spazio sottostante, nonché a dare luce all'ambiente.
In una fase più avanzata il focolare viene spostato su un lato dell'abitazione, in un locale separato e l'inclinazione delle tegole è disposta verso l'interno della casa per convogliare, attraverso l'apertura centrale (compluvium), le acque pluviali in un bacino sottostante (impluvium) provvisto di due fori: uno collegato, attraverso un canaletto, con una cisterna per la tesaurizzazione delle acque di gronda, l'altro con l'esterno per lo smaltimento delle acque eccedenti. Questo sistema di costruzione appare ovvio e funzionale se si pensa che, prima dell'allacciamento all'acquedotto augusteo, Pompei, edificata su un costone lavico di età  preistorica, non aveva praticamente nessuna possibilità di trivellare lo spesso banco di lava per raggiungere la falda freatica.

L'atrio dell'antica casa italica, tutta chiusa all'interno da alte mura come una fortezza era il centro d'irradiazione della vita domestica, il luogo dove il pater familias consumava i pasti seduto intorno alla mensa con la famiglia e gli schiavi e dove la domina sedeva a filare con le ancelle o provvedeva ai lavori del focolare. Nell'atrio, infatti, aveva posto la cucina ovvero il focolare per cui si suppone, concordemente alla tradizione letteraria, che dal fumo che anneriva le pareti questo ambiente si chiamò atrium (da ater, nero). L'atrio con il focolare centrale è quindi il centro gravitazionale di tutta la vita familiare, il luogo dove, in un tempietto su podio, si coltiva anche la religione domestica dei Lari, gli dei protettori della casa e del focolare. 

All'atrio si accedeva attraverso un vestibolo (vestibulum) e, dietro la porta d'ingresso, uno stretto corridoio in salita (fauces) dove di solito veniva raffigurato, a mosaico o a dipinto, il cane legato alla catena, simbolo della custodia della casa. 
Il vestibolo era uno spazio coperto, ma esterno alla casa, dove i clientes delle famiglie di alto rango attendevano per porgere al patronus la salutatio matutina.


Le influenze della cultura ellenistica: la domus
Quando però, a partire dal II sec.a.C., il centro della vita domestica si sposta dall'atrio al peristilio, il vestibolo perde la sua funzione originaria riducendosene l'area, quando addirittura non scompare del tutto e la porta si apre di conseguenza direttamente sulla strada. 

La porta d'ingresso (ianua), inquadrata da due pilastri a capitelli sannitici o corinzi, era di legno a due o più battenti (fores o valvae) ruotanti su cardini disposti sulla soglia e sull'architrave. Era munita di una serratura abbastanza complessa, rinforzata spesso da staffe e da una spranga passante da muro a muro. 
Di porte anche a libro e di serrature e sistemi di sbarramento si hanno esemplari ricostruiti in calco.
Spesso piccole campane appese alle porte servivano a richiamare l'attenzione del portiere (ostiarius o janitor).

L'atrio più diffuso e più antico a Pompei è il toscanico che ha le tegole del tetto inclinate verso l'interno per consentire, attraverso l'apertura centrale, l'incanalamento delle acque piovane nell'impluvio; l'atrio è tetrastilo quando agli angoli dell'impluvio vengono disposte quattro colonne, innovazione dettata non solo dalla nuova moda del cortile colonnato greco-ellenistico, ma anche dalla necessità di sostenere le travature del tetto divenute più lunghe e pesanti con l'ampliarsi dell'atrio; corinzio o polistilo quando le colonne sono più di quattro e l'atrio assume così la conformazione di un piccolo peristilio (Casa di Epidio Rufo); displuviato se le spiovenze del tetto si dirigono verso l'esterno della casa: questo tipo di tetto comporta il vantaggio di una maggiore filtrazione della luce, ma anche lo svantaggio di una maggiore penetrazione di umidità nelle mura perimetrali per il deflusso delle acque pluviali verso l'esterno; il tetto è infine testudinato quando è inclinato verso l'esterno ma non è munito di apertura centrale.

Ai lati della fauce e dell'atrio si aprivano piccoli ambienti adibiti a camere da letto (cubicula) e due spazi aperti (alae) di incerto uso dove, molto probabilmente, le famiglie gentilizie esponevano le imagines maiorum, le maschere e i busti degli antenati.
Diametralmente opposto all'ingresso, aperto in tutta la sua larghezza e chiudibile solo con una tenda, si scorgeva il tablino (tablinum), area di dubbia destinazione: forse in origine sala da pranzo o archivio privato di famiglia o, forse anche, stanza per il letto matrimoniale (lectus genialis) e più tardi, in età ellenistica, con la comparsa del peristilio e delle annesse sale da pranzo, stanza di ricevimento.

Sono rarissimi i casi di abitazioni pompeiane che hanno la parete di fondo dell'atrio interamente occupata dal tablino; di solito questo ambiente è fiancheggiato da uno stretto corridoio (andron) che adduce all'hortus e da uno o due spazi laterali, uno solitamente con funzione di stanza di soggiorno, l'altro usato come dispensa o cucina.
Nel II sec.a.C., in seguito alla conquista dell'oriente mediterraneo da parte di Roma, l'urbanesimo delle città ellenistiche influenza profondamente l'edilizia pubblica e privata romana. Ne consegue che lo schema della casa italica si rinnova e si amplia affiancando al vecchio nucleo la casa ellenistica formata da spazi raccolti intorno al peristilio, un cortile colonnato spesso coltivato a giardino (viridarium), talora con piscina centrale ornata da simboli mitologici. 

Con questa innovazione il cuore della vita familiare, che fino allora aveva avuto come punto di riferimento l'atrio, si sposta verso il peristilio e i nuovi ambienti mutuati dal costume greco. La maggior parte delle case pompeiane sono appunto il risultato di questa sintesi strutturale tra la casa italica ad atrio e la casa ellenistica a peristilio. 
La fusione dei due elementi molto facilmente poteva dare esito a una struttura abitativa disarmonica, perché se è vero che l'abitazione rispecchia la cultura di un popolo e i suoi sistemi di vita, allora bisogna pur dire che la casa italica è strutturalmente e quindi concettualmente opposta alla casa greca. Infatti, con i suoi spazi interni che, sviluppandosi e aprendosi lungo l'asse costruttivo della porta d'ingresso, consentono all'occhio dì infilarsi fino in fondo all'abitazione, la casa italica testimonia una mentalità più aperta alla vita sociale.

La casa greca, invece, è tutta chiusa intorno al peristilio con ambienti che dall'ingresso sono totalmente nascosti allo sguardo del visitatore e con quartieri separati per uomini e donne. Tuttavia la simbiosi avviene con estrema armonia, perché nella società romana, facendo uomini e donne vita in comune, non si presentava l'esigenza di alloggi separati e il quartiere greco si poteva così innestare sul nucleo abitativo italico rispettandone la simmetria assiale e strutturandosi di conseguenza come ambiente aperto e aerato. La casa italica si articola così e si arricchisce con nuovi spazi che risultano greci anche nel nome. Il triclinio (triclinium) compare nella casa italica insieme al costume greco di desinare sdraiati, collocandosi solitamente in una delle stanze laterali del tablino.

La mensa tricliniare (cartibulum) era posta al centro di tre letti (medius, summus, imus lectus), per consentire ai convitati sdraiati su di essi di deporvi le stoviglie e di prendere i cibi. In un primo tempo fu costruita in muratura, successivamente, aumentando il lusso domestico, fu sostituita da una mensa di marmo né bastò più un solo triclinio: non di rado, infatti, nelle case più ricche, questo ambiente si differenziava in estivo e invernale a seconda se era ubicato a mezzogiorno o a settentrione, quando addirittura non si moltiplica in quattro come nell'articolatissima casa del Fauno.

Il peristilio (peristylium), sorto dall'espansione e dalla trasformazione dell'hortus italico in giardino porticato, è l'elemento d'importazione principale della nuova moda architettonica greco-ellenistica. Ordinariamente il peristilio si sviluppa nel senso del suo asse longitudinale, assumendo forma rettangolare, ma è più esatto osservare che la sua disposizione e la sua ampiezza sono in rapporto alla funzione degli ambienti che vi si aprono all'interno e all'epoca di costruzione.

Attorno al peristilio si sviluppano ambienti di soggiorno e di ricevimento anch'essi di denominazione greca: l'esedra (exedra) o stanza di soggiorno, ubicata in fondo al peristilio, sull'asse della porta d'ingresso e aperta in tutta la sua ampiezza e, di lato, gli oeci o stanze di ricevimento. Anche gli ambienti adibiti a cucina e a bagni e gli alloggi del quartiere servile e rustico venivano spostati intorno al peristilio, razionalizzando così la disposizione dei vani che nella casa romana-italica si affollavano tutti intorno all'atrio.

Trasferendosi l'abitazione con i suoi ambienti signorili e con i servizi tutti intorno al peristilio, l'atrio perde la sua funzione originaria, riducendosi a lucernario e a vestibolo della casa e lo stesso tablino, spazio nobile della casa italica, diventa vano di passaggio al peristilio.

Una domus pompeiana: la Casa del Fauno.  
La Casa del Fauno prende il nome dalla statuetta di fauno danzante che decorava la fontana d'ingresso. La struttura occupa una vastissima superficie, circa 3000 mq., pari ad un intero isolato.

Intorno alla metà del II sec. a.C., il preesistente edificio fu ristrutturato con la costruzione della imponente facciata che caratterizza l'ingresso della domus su via della Fortuna e che si richiamava alle suggestioni dei prestigiosi edifici orientali, come i palazzi di Pella e di Tolemaide.
La casa ormai assume una divisione degli spazi ben definiti, che rimarrà inalterata anche nelle ristrutturazioni dei secoli successivi, a sottolineare il preciso indirizzo della scelta culturale dei committenti.

Come la maggior parte delle case pompeiane, la Casa del Fauno aveva, sia sulla facciata principale che alle spalle, una serie di botteghe, le tabernae. Queste, oltre a rappresentare un utile incremento di reddito per i proprietari, permettevano di adattare perfettamente la pianta regolare della casa con l'
andamento obliquo della strada antistante. 
L'articolazione interna dello spazio era impostata su due atri ed un peristilio trasversale, aperto su un ampio giardino posteriore, l'hortus, nettamente separato dalle adiacenti stanze di servizio. In una prima fase il ruolo "pubblico", di rappresentanza, degli ambienti della Casa del Fauno doveva essere più ridotto. Infatti, in un primo momento, solo uno dei due atri doveva essere accessibile dall'esterno, mentre all'altro si accedeva solo dall'interno della casa e, proprio qui, due piccole alae erano utilizzate come vestibolo e tablino per la famiglia.

Alla fine del II sec.a.C. alcune modifiche strutturali lasciano tracce profonde nell'edificio, anche se non ne stravolgono la pianta originaria. Le botteghe sulla fronte vengono ricostruite e alcune sono dotate anche di un piano superiore. Una taberna viene distrutta per permettere che anche l'atrio, fino ad allora di uso privato, abbia un accesso diretto dalla strada. Le colonne doriche del peristilio sono sostituite da colonne ioniche, e l'hortus viene trasformato in un secondo peristilio con colonne doriche.

Nel settore servile viene spostato il bagno, ora vicino alla cucina, anch'essa ristrutturata.
La decorazione degli ambienti è costituita, in genere, da un finto rivestimento marmoreo, con intonaci e stucchi, secondo il cosiddetto I stile della pittura pompeiana, ispirata ai ricchi rivestimenti di marmi preziosi dei palazzi ellenistici. 
Di particolare interesse la decorazione a mosaico dei pavimenti, che trova la sua massima espressione nel notissimo mosaico dell'esedra, raffigurante la battaglia d'Isso tra Alessandro Magno e Dario, ora conservato al Museo di Napoli.

Anche questo mosaico, di diretta ispirazione ellenistica, all'interno di un ambiente così tipicamente romano, fa pensare all'uomo, di cui parla lo scrittore latino Ennio, con tre cuori e tre culture: quella osca, quella romana e quella greca.
Durante gli scavi nella Casa del Fauno fu trovato il corpo di una giovane donna che fuggiva dalla catastrofe dell'eruzione del 79 d.C., tentando di porre in salvo i suoi gioielli ed un cospicuo tesoretto di 203 sesterzi.

Abitazioni della classe popolare
L'incremento demografico verificatosi durante l'impero e la crisi degli alloggi conseguente ai danni provocati dal terremoto del 62 d.C., determinarono uno sviluppo verticale delle case ad uso abitativo. Il fenomeno è più vistoso ad Ercolano, mentre a Pompei si verifica solo raramente. Di solito i proprietari di case ampie davano in affitto gli ambienti prospicienti sulla strada, quelli ai lati della fauce, per ricavarne tabernae, cioè botteghe, o rimediavano ammezzati in case con soffitto alto o aggiungevano un piano superiore (cenacula e pergula), che poteva estendersi su parte o su tutto lo spazio sottostante anche con finestre o balconi. 

Al piano superiore, al quale si accedeva tramite scalette di legno, furono relegate quasi sempre le stanze da letto o le stanze da pranzo servili, più raramente ambienti di uso commerciale e industriale.
Quando si parla di abitazioni a sviluppo verticale, non bisogna pensare ai quartieri di abitazione intensiva quali sorsero a Roma e ad Ostia a partire dall'ultima età repubblicana. La trasformazione della domus in insula, cioè nel caseggiato a più piani non si verificò a Pompei e ad Ercolano, dove al massimo i piani arrivano a tre solo quando l'abitazione poteva e doveva sfruttare i naturali dislivelli del terreno. D'altronde Pompei, cittadina di provincia, anche se nodo di importanti traffici commerciali, non poteva avere nel contempo gli stessi problemi demografici e urbanistici di una città cosmopolita quale Roma. È per questo che, nonostante la crisi edilizia e l'espansione dei traffici commerciali e del ceto mercantile, la casa pompeiana continuò ad essere concepita come unità abitativa al servizio di un solo nucleo familiare. 

Bibliografia essenziale:
M. Della Corte, Case e abitanti di Pompei, Napoli 1965
M. e A. De Vos, Guida archeologica di Pompei, Milano 1976
R. Etienne, La vita quotidiana a Pompei, Milano 1973
H. Eschebach - L. Eschebach, Pompeji, Wien 1995
Laurence, Roman Pompeii - Space and society, London - New York 1994
A. Maiuri, L'ultima fase edilizia di Pompei, Roma 1942
R. P. Zanker, Pompei, Milano 1993
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