L'amministrazione pubblica

L' AMMINISTRAZIONE PUBBLICA

La grande quantità di manifesti elettorali dipinti sulle facciate degli edifici lungo le principali vie dell'antica città, integrandosi con altre conoscenze epigrafiche e letterarie, fornisce una documentazione di prima mano, e sotto molti aspetti unica, della partecipazione dei cittadini, in forme diverse e complementari, alla vita dell'organismo municipale.
La vita istituzionale di Pompei si basava essenzialmente su tre organi tra loro interagenti: l'Assemblea popolare (populus), che aveva come funzioni preminenti l'elezione dei magistrati e la ratifica formale delle delibere del Consiglio; il Consiglio dei Decurioni (ordo decurionum), che aveva poteri deliberativi e di controllo in tutti gli ambiti della vita pubblica; i magistrati (duoviri iure dicundo e aediles), che rappresentavano l'esecutivo.

I due magistrati superiori, i duoviri iure dicundo, avevano la rappresentanza suprema della città, convocavano e presiedevano le assemblee del popolo e del Consiglio, facendo da tramite tra essi; provvedevano alla promulgazione dei decreti decurionali e alla loro applicazione; custodivano la cassa e le entrate municipali e davano appalti.
 Essi inoltre, come funzione tanto preminente da dare nome alla carica, amministravano anche la giustizia, anche se limitatamente al contenzioso di natura civile o amministrativa o a quello inerente reati minori di natura penale. Essendo infatti Pompei colonia e avendo quindi i Pompeiani la cittadinanza romana, la materia penale per reati che non comportassero semplici sanzioni, era riservata al pretore di Roma.

I due magistrati di rango inferiore, gli aediles, invece, si occupavano della manutenzione delle strade e degli edifici pubblici, dell'approvvigionamento idrico e delle derrate, dei servizi di polizia urbana e di quelli annonari, nonchè delle altre necessità pratiche della vita cittadina ed erano pertanto detti ufficialmente duoviri viis aedibus sacris publicis procurandis. Essi assegnavano anche i posti ai venditori ambulanti nei luoghi di maggior interesse commerciale, come indicano alcune iscrizioni.

Alle magistrature era dato carattere di collegialità, potendo un magistrato porre il veto alle deliberazioni del collega o il collegio superiore a quelle del collegio di grado inferiore.
I magistrati eletti direttamente dal popolo, duravano in carica un anno e al termine del mandato entravano a far parte, a vita, dell'ordo decurionum, ossia del Consiglio civico, cui erano demandate le funzioni di controllo sull'attività dei magistrati e sui beni economici pubblici.

I duoviri iure dicundo, eletti alla fine di ogni quinquennio, avevano inoltre funzioni aggiuntive che li portavano ad essere figure veramente eminenti nella società cittadina. Essi, che venivano appunto chiamati quinquennales, avevano l'ulteriore ed enorme potere non solo di controllare le posizioni amministrative e fiscali di tutti i cittadini, ma anche di verificare se i requisiti richiesti ai singoli decurioni sussistessero, o se essi dovessero essere destituiti. L'espletamento del loro mandato era insindacabile da parte del Consiglio. Ben si capisce, allora, come essi fossero le vere eminenze grigie della politica municipale e, non a caso, a Pompei essi risultano appartenenti a un numero ristretto di famiglie, quelle che detenevano il potere nell'ambito cittadino, per via diretta o influenza indiretta.

Il centro della vita pubblica della città era il Foro, in cui si elevavano numerosi monumenti e statue in onore di personaggi della famiglia imperiale e di illustri benemeriti cittadini. Nella sua parte meridionale erano eretti gli edifici destinati agli organi amministrativi, ovverosia la Curia, sede dell'ordo decurionum, e le aule destinate rispettivamente ai duoviri iure dicundo e agli aediles. La Basilica, l'edificio pubblico più sontuoso di Pompei, posto sul lato occidentale del Foro, era invece sede deputata dell'attività giudiziaria, ma serviva anche come luogo di incontro per informarsi sui principali avvenimenti della vita cittadina, scambiare opinioni, trattare affari ed altro.

Nel Comitium, posto dirimpetto alla Basilica, sul lato opposto del Foro, i magistrati convocavano il populus, che ivi assolveva inoltre alla funzione-base dell'intero sistema: le elezioni.
Queste avvenivano ogni anno e permettevano ad un numero molto ristretto di Pompeiani di eleggere direttamente l'esecutivo. Avevano infatti il diritto di voto solo i cittadini di sesso maschile, liberi ed emancipati, con esclusione quindi delle donne, degli schiavi, degli stranieri non stabilmente residenti, di quanti ancora fossero sotto la patria potestà e degli interdetti.

Gli elettori erano raggruppati in circoscrizioni elettorali, conosciute a Pompei in numero di cinque, corrispondenti ai quattro quartieri cittadini in cui era divisa la città e ad un villaggio del suburbio, il Pagus Augustus Felix Suburbanus.
La candidatura era risevata ad aspiranti in possesso di determinati requisiti, preventivamente vagliati dal Consiglio. I più importanti erano la libertà di nascita e un patrimonio reddituale assommante ad almeno 100.000 sesterzi; l'effettiva residenza nella città o in un raggio ben circoscritto da essa, il non esercitare professioni infamanti (ad es. l'attore o il lenone) e, in generale, un'ineccepibile figura morale. Sull'età minima fissata in epoca augustea a 25 anni, si facevano invece sovente deroghe, mentre per poter ambire alla magistratura superiore bisognava aver prima rivestito quella di grado inferiore.

In marzo il Consiglio, valutati i requisiti dei candidati, designava gli ammessi alla competizione elettorale tra coloro che avevano manifestato di aspirare alle magistrature (professi), e, in mancanza di numero pieno, quelli indicati dal magistrato più anziano che indiceva i comizi (nominati). Una volta approntate le liste gli aspiranti magistrati, vestiti di una toga candida che dava loro l'appellativo di candidati, si presentavano nel Foro e dall'alto della tribuna degli oratori (suggestum) esponevano al popolo le linee programmatiche del loro impegno nella carica.

Cominciava a questo punto la vera e propria campagna elettorale, che, combattuta talora anche in modo aspro, coinvolgeva la vita dell'intera cittadinanza.
Dal momento che il sistema elettorale assegnava la magistratura non a chi avesse riportato la maggioranza dei voti in assoluto, bensì a chi riportava la vittoria nella maggioranza delle circoscrizioni elettorali, era interesse dei candidati di assicurarsi una platea elettorale ben distribuita nelle varie sezioni territoriali.

Sui toni accesi della campagna elettorale forniscono testimonianza i numerosissimi manifesti elettorali, che documentano come i candidati e il loro seguito si adoperassero a contendersi il favore della cittadinanza.
Ricercato era l'appoggio di "grandi elettori", di corporazioni, di notabili influenti, in un gioco di scambio, di favori e di alleanze a volte concepito nell'arco di più anni, ma il supporto veniva sovente anche richiesto a singoli e oscuri cittadini. D'altra parte erano spesso proprio umili pompeiani, talora nemmeno in possesso del diritto di voto, a schierarsi pubblicamente sui manifesti a favore dell'uno o dell'altro dei candidati, sollecitando per essi l'elezione.

Una funzione considerevole era svolta anche, dai vicini, ossia gli abitanti dello stesso quartiere, nel favorire il successo di un candidato. Talora, anzi, è possibile anche cogliere nell'ambito di uno stesso quartiere una certa animosità espressa con una serie di manifesti di contro-propaganda.
Ad interessarsi della preparazione dei manifesti, eseguiti a grossi caratteri capitali in colore rosso o nero su un fondo di bianca calcina passato sulle facciate di case e botteghe, erano scrittori professionisti. Essi, che generalmente erano aiutati da alcuni collaboratori, operavano preferibilmente di notte. Non è raro che, nel compiere il lavoro svolto su commissione, essi inserissero nei manifesti anche commenti a titolo puramente personale.

Al termine della contesa coloro che risultavano eletti dovevano farsi carico di pagare, a proprie spese, collaboratori e aiutanti indispensabili a far funzionare l'apparato amministrativo cittadino, prefissato in numero, funzioni e stipendio, ma scelto direttamente da essi.
Essi dovevano inoltre finanziare un'opera pubblica o allestire giuochi e, in questa particolare circostanza, avevano modo di mostrare pienamente la loro munificenza nei confronti della città, procurandosi larghissimo consenso tra i cittadini.

Alcune iscrizioni, che ricordano le opere fatte eseguire a proprie spese dai magistrati in ossequio a tale norma, ci chiariscono d'altra parte l'entità dell'impegno economico cui essi dovevano far fronte nell'anno di mandato.
La legge fissava in non meno di duemila sesterzi cadauno tale onere, sovente esso incideva in misura di gran lunga maggiore.
Appartenere alla categoria dei decurioni era, nella società romana fortemente gerarchizzata, un privilegio ricercato nel primo secolo dell'Impero per molti che miravano ad un'elevazione sociale da conseguire anche se pagata a caro prezzo. Ne è esempio a Pompei un ricco liberto, che pur non potendo personalmente aspirare a rivestire una tale posizione, in quanto non libero di nascita, fece ricostruire a sue spese, dopo la distruzione causata dal terremoto del 62 d.C., ma a nome del figlio, il tempio d'Iside, ottenendogli in cambio la nomina a decurione, sebbene egli fosse un bimbetto di appena sei anni e spianandogli così la strada nell'aristocrazia cittadina.

D'altra parte, la munificenza profusa da molti uomini politici cittadini nell'approntare spettacoli e giuochi in occasione dell'entrata in carica era sovente, più che un modo per ringraziare gli elettori, uno strumento per guadagnarsi il favore pieno della popolazione, anche in vista della prosecuzione nella carriera di amministratori.
In una società quale quella romana in cui era largamente preponderante la componente dell'elemento schiavistico e di popolo minuto, cui bisognava pur offrire una valvola di sfogo alle miserie quotidiane per allentare le tensioni sociali, non desta meraviglia il fatto che la legge equiparasse la celebrazione dei giuochi al finanziamento di un'opera pubblica. In molti casi, anzi, le opere pubbliche finanziate da magistrati riguardarono proprio a Pompei il progressivo completamento e abbellimento degli edifici dedicati agli spettacoli.

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