L'abbigliamento e gli ornamenti

L' ABBIGLIAMENTO E GLI ORNAMENTI 

Moda a Pompei (Amos Cassioli, 1832 - 1891)



Gli abiti 
Il più importante e antico abito dei romani, comune a uomini e a donne nei primi tempi della storia di Roma, era la toga. Consisteva in un drappo di lana bianca di notevoli dimensioni (m. 6x2 circa), ma la tradizione scritta non ne chiarisce la forma, ad eccezione di Quintiliano e Dionigi di Alicarnasso, che parlano di forma semicircolare o rotonda.
In rappresentazioni figurative del III e del II sec. a. C. non si trovano ancora persone togate. Si deve piuttosto pensare ad influenze greche ed etrusche nelle fogge più antiche di abbigliamento, se teniamo conto di una pittura illustrante le azioni di guerra di Q. Fabio Massimo e M. Fannio Sinistore, risalente all'
incirca allo stesso periodo, e se consideriamo anche la posizione geografica di Roma stretta a nord dagli Etruschi e a sud dai Magnogreci, popolazioni a quel tempo certamente più evolute. Difatti i personaggi in questione hanno un perizoma intorno ai genitali quale era in uso fra gli Etruschi, almeno tra i contadini e i guerrieri, e una clamide sulle spalle di foggia ellenistica. Ordinariamente, sempre in tempi più antichi, si dovette usare come capo di abbigliamento principale una sorta di tunica di derivazione etrusca, corta al ginocchio e senza maniche.

Una prima foggia di toga compare in figurazioni del I sec. a.C. si dovette trattare in origine di un vestimento molto sobrio, lontano dalla ricchezza di panneggi che raggiunse più tardi, specie in età imperiale, quando il concetto di gens togata più che mai si rapportò alla legittimità del potere romano, derivante da un'etica e da una dignità del comportamento che giustificavano la superiorità dei romani nelle funzioni di governo. 
Durante il principato adrianeo il significato della toga come simbolo di dignità e di nobiltà nel costume e negli atteggiamenti si accentuò. Il motivo si comprende facilmente se consideriamo che, prima con Adriano e più tardi con Marco Aurelio, la struttura della società romana risulta profondamente diversa da quella del I sec. d.C. In età adrianea, infatti, le antiche istituzioni continuano a vivere e a funzionare, ma con nuovi contenuti e la vecchia classe dirigente di marca aristocratica ha ceduto il posto a un'aristocrazia di ricchi esponenti delle maggiori cariche civili e militari dello Stato, la quale tiene, al fine di legittimarsi quale erede del senato repubblicano, ad esaltare la toga come simbolo di nobiltà e dignità. 

Con gli Antonini addirittura s'inaugura una nuova età, quella degli imperatori-filosofi, che, fondandosi su modelli di vita improntati alla semplicità, alla saggezza e alla moderazione, esalta la mistica della toga come summa di una condizione morale e sociale che doveva istituzionalizzare il potere dell'
imperatore nelle funzioni di governo. Non senza ragione le statue degli Antonini sono rappresentate sempre togate con ricchi ed eleganti partiti di pieghe.

Si suppone che la toga derivi dalla tebenna etrusca che, se osserviamo la statua di Aulo Metilio, detto l'Arringatore, del Museo Archeologico di Firenze, dovette a sua volta essere mutuata dall'imation greco e adattata al clima italico più rigido di quello ellenico.
Segno distintivo delle classi di elevata condizione sociale, la toga era un abito essenzialmente cerimoniale e scomodo, tale che necessitava dell'aiuto di uno schiavo per essere adattato al corpo con ricchi ed eleganti drappeggi che dalle spalle giungessero fino ai piedi. I membri dell'ordine senatorio e dell'
ordine equestre portavano un tipo di toga detta praetexta con un bordo rosso porpora che era largo per i senatori (laticlavius) stretto per i cavalieri (angusticlavius). Anche i giovani delle famiglie aristocratiche indossavano la toga praetexta, finché a diciassette anni, ritualmente, se ne spogliavano per deporla nel larario della casa ed entrare, così, nel novero degli adulti. 

Nei primi tempi della storia di Roma, la toga era indossata sopra il solo subligaculum, ovvero delle mutande corte o fasce di lino con cui gli uomini si coprivano le cosce e i genitali. Solo in tempi posteriori si usò portare sotto la toga la tunica e sotto la tunica la subucula, l'una e l'altra camici di lana bianca con maniche corte, stretti in vita da un cingulum, lunghi fino al ginocchio o poco sotto. Nella forma che raggiunse in età storica, la tunica romana dovette derivare da quella etrusca. Quella che Aulo Metilio veste sotto la tebenna, oltre a confermare questa ipotesi, mostra chiaramente di derivare dal chitone greco, ma non ne rispetta la lunghezza, perché il clima italico imponeva di coprirsi più generosamente. L'uso della subucula dovette essere, invece, alquanto limitata, almeno fino alle soglie dell'epoca imperiale, quando, diffondendosi l'uso del lino, fu possibile utilizzare largamente questa fibra nella tessitura del predetto indumento.

Se escludiamo le differenze di qualità e di colore, la tunica era per la facile vestibilità l'abito ordinario del cittadino romano, comune a tutte le classi e condizioni sociali delle popolazioni romane-italiche dell'Italia centrale. Veniva indossata in casa e anche a letto. Anzi d'inverno, per ripararsi meglio dal freddo, alcuni amavano vestirsi con più tuniche: é il caso dell'Imperatore Augusto che, narra Svetonio, si copriva d'inverno con una toga pesante, quattro tuniche e una subucula.

La toga era un abito aristocratico e naturalmente il suo uso fu limitato alle classi più ricche. I poveri portavano solo la tunica e su di essa, in inverno o anche di sera, per proteggersi dall'umidità e dal freddo, un mantello molto stretto, senza maniche e con cappuccio, la paenula o uno più largo detto sagum, quest'ultimo però più diffuso tra i contadini e i militari. Il sagum dei generali era rosso e si chiamava paludamentum. Il mantello dei ricchi era la lacerna, sufficientemente largo da poter essere indossato sulla toga, di stoffa fine e di vario colore. Più pesante e grossolano era il tessuto della laena, pur esso mantello di derivazione militare come la lacerna. Questi due vestimenti comparvero solo in tarda epoca imperiale. 

Per ripararsi dal sole i romani di elevata condizione usavarono il petasus, un cappello a larghe tese; il pilleus invece era un copricapo a forma conica che veniva posto sulla testa degli schiavi affrancati. Le classi povere usavano ripararsi con berretti o calottine di feltro o di pelle in inverno, di paglia in estate.
L'abito ufficiale delle donne romane era la stola, una tunica lunga fino ai piedi che veniva indossata sulla subucula o tunica interior, comune anche agli uomini. Aveva maniche corte o, in mancanza, era fermata sulle spalle da fibulae e in vita da una cintura che, stringendo il tessuto sotto il seno, consentiva, alla maniera del costume greco, di fare scivolare mollemente la stoffa sul bacino. Era un vestimento dignitoso e solenne che le donne di alto rango coniugate indossavano con un bordo diverso quale segno distintivo della loro privilegiata condizione sociale. 

Sotto la subucula, le donne usavano indossare biancheria intima come lo strophium, una fascia che sosteneva il seno e i feminalia, un perizoma che copriva i genitali.
Nei primi tempi della storia di Roma, la toga fu abito comune anche alle donne che usarono indossarla sulla stola. Più tardi, al posto della toga, compare la palla, un grande drappo rettangolare di lana che le donne avvolgevano intorno al corpo non senza difficoltà, si suppone, e con il quale, talora, coprivano anche la testa, poiché non era decoroso per una matrona uscire di casa a capo scoperto. La palla, diversamente dalla toga, veniva tinta con colori forti e appariscenti: rosso, azzurro, giallo, viola e verde.

Le calzature
Elemento importante dell'abbigliamento erano le calzature. In occasioni solenni, unitamente alla toga, veniva usato un calzare nè comodo nè pratico detto calceus, ma solo dai ceti elevati di ambo i sessi, formato da una tomaia in pelle sistemata su una suola senza tacco, dalla quale partivano strisce di cuoio che si fissavano al collo del piede con fibbie d'avorio o d'argento a forma di mezzaluna. Il calceus differiva di colore secondo la dignità di chi lo calzava: rosso i consoli, nero i senatori. Più comodi erano i sandali (soleae), formati da una suola fissata al piede con stringhe di cuoio. Era la scarpa delle classi agiate che la calzavano ordinariamente. Tuttavia la comodità dei sandali non eguagliava quella dei socci, pantofole di feltro di vario colore portate comunemente in casa. I privati cittadini di modesta condizione usavano il pero, una calzatura senza tacco che si fermava alla caviglia con fibbie e corregge e che, per il fatto di coprire sufficientemente il piede, più delle altre era adatta a percorrere itinerari lunghi e difficili.

Popolare era anche la caliga, in uso nelle campagne e nell'esercito, una sorta di stivaletto che si calzava senza difficoltà perché largo al collo del piede. I poveri, non potendo accedere al costo dei calzari di cuoio, usavano comunemente gli zoccoli (sculponeae)


Le acconciature
Molto curata nel mondo romano era l'acconciatura dei capelli. Le pettinature maschili di età repubblicana ricordano molto da vicino quelle in uso fra gli Etruschi, senza basette sulle orecchie e senza sfumature sulla nuca, i capelli corti sulla fronte ricadenti lisci o a ciocche. Così venivano tagliati i capelli in età giulio-claudia e in epoca flavia. La sobrietà delle pettinature si perde, anche se non del tutto, a partire dall'età adrianea, in quanto i capelli vengono fatti ricadere liberamente sulla fronte e sulla nuca a riccioli e a boccoli.

Prima del III sec. a. C. gli uomini portavano barba e capelli lunghi. Botteghe di barbieri (tonstrinae) compaiono in Roma solo nel III secolo, ma non è improbabile che alcune famiglie aristocratiche avessero schiavi preposti all'ufficio di tonsores, capaci di adoperare con destrezza rasoi e forbici.
Secondo la tradizione, fu Scipione l'Africano a introdurre la moda di radersi quotidianamente il viso, consuetudine che si mantenne invariata tra i ceti elevati fino in età adrianea. Tuttavia il taglio della barba era un'operazione lunga e dolorosa per l'imprecisione del filo del rasoio che veniva molato su pietre speciali provenienti dall'Iberia. 

Si diceva che l'imperatore Adriano avesse reintrodotto la moda della barba per nascondere una cicatrice, ma in realtà la costumanza di andare barbati rispondeva a un preciso orientamento dell'età antoniniana: l'imperatore era un saggio e la barba era un simbolo tangibile della figura dell'imperatore filosofo.
Le pettinature femminili di età repubblicana erano, al pari di quelle maschili, molto semplici; di solito i capelli, tirati all'indietro venivano raccolti in una crocchia sistemata o sulla nuca o sul collo. Molto più ricche ed elaborate diventarono le acconciature in età imperiale, talora delle vere e proprie architetture che necessitavano dell'aiuto di posticci e trecce finte importati dalle regioni del nord Europa e dall'Oriente. Frequenti furono le pettinature a riccioli stretti e a ondulazioni, ottenute con pinze calde (calamistra).

Strumento fondamentale per disporre i capelli secondo un certo ordine o decorative e talora capricciose fogge era il pettine (pecten). Fatto di osso, aveva solitamente una doppia fila di denti disposti secondo spazi diversi da ciascun lato. Molti pettini furono ritrovati a Pompei, e tra qualche esemplare finemente decorato, notevole è un pettine che reca il disegno di due anitre nei colori rosso, nero e bianco. Nastri (vittae) e reticelle (reticula) che talora le donne pompeiane mettevano sul capo a scopo ornamentale, erano un valido sistema per raccogliere la chioma e rendere così ferma e ordinata la pettinatura. Alla stessa funzione, oltre ad essere vezzi estetici per i capelli, erano gli spilloni (acus crinales), di cui vari esempi, con le estremità elegantemente cesellate, sono documentati a Pompei.

Gli specchi ovviamente avevano un ruolo precipuo nella cura della bellezza muliebre; quelli romani derivarono la loro forma da esemplari greci ed etruschi, ma non erano istoriati come questi. La decorazione, come è attestato da specchi ritrovati a Pompei, era limitata all'incisione di cerchi concentrici nella parte posteriore della lamina riflettente e talora alla dentellatura o al rilievo del bordo, che recava di solito una serie di perforazioni in cui le donne, si suppone, collocavano le forcine necessarie per la loro pettinatura. Inizialmente di bronzo, alla fine del II sec. a. C. gli specchi furono modellati anche in argento, pur se in numero limitato: di forma tonda o quadrata. Gli specchi di lusso avevano un supporto o un manico di forma più o meno complicata.

Le cure della persona
La frequenza dei complessi termali pubblici e privati in tutto il mondo romano e, in particolare, a Pompei provano quanto i romani tenessero alla cura del corpo. Solitamente si detergevano con olio misto a estratti profumati, oppure si aspergevano di olio e sabbia finissima che asportavano poi con opportuni attrezzi detti strigili.
Le donne inoltre amavano molto imbellettarsi e quelle ricche di solito lo facevano con l'aiuto di una schiava preposta al compito di ornatrix.

Nel De medicamine faciei Ovidio illustra ampiamente gli artifici a cui le donne ricorrevano per migliorare il proprio aspetto. Gli innumerevoli oggetti di cosmetica conservati nel Museo Archeologico di Napoli danno ragione al poeta di Sulmona nel puntualizzare l'importanza della cosmesi femminile. 
Le donne romane usavano, oltre ai capelli finti, le tinture. Amavano soprattutto il colore biondo, molto raro tra le genti mediterranee, perché conferiva una bellezza eterea e delicata. Lo ottenevano con grasso di capra misto a cenere di faggio ed erano esperte anche sul modo di tingere i capelli di nero e di rosso.

Per i brufoli e le macchie della pelle usavano la crema di alcione composta da escrementi di uccelli; per eliminare invece il problema dei peli superflui eseguivano accurate depilazioni con pinzette o "cerette" di resina e pece. Come le donne greche le romane illuminavano la carnagione spalmandosi sul viso e sulle braccia una tintura bianca ottenuta con creta o biacca. La biacca o carbonato di piombo era, come la creta, una sostanza molto tossica, perchè, oltre a impedire la traspirazione, si immetteva nel circolo sanguigno. La biacca veniva colorata anche in rosso con vino o terra d'ocra per tingere le labbra e le guance; per segnare gli occhi di nero si ricorreva invece alla cenere e all'antimonio. Importante era anche la pulizia dei denti che veniva eseguita con una polvere ottenuta con corna di animali, nonchè il taglio delle unghie praticato con rasoi di ferro a forma di coltello (cultri), gli stessi che servivano per il taglio della barba.

Gli ori e le gemme 
Accessori di oreficeria completavano la toletta delle donne pompeiane, soprattutto di quelle di alto rango, in quanto la ricchezza dei gioielli doveva denunciare la loro condizione sociale.
Molto diffusi erano gli anelli che venivano regalati, come ancora oggi, in occasioni particolari, quali il fidanzamento e il matrimonio. Nel III sec. a.C. gli anelli per le nozze erano di ferro, più tardi furono forgiati in oro; di solito venivano incisi con immagini appartenenti alla simbologia dell'unione matrimoniale.

L'oreficeria romana dell'ultima età della repubblica e del I sec. dell'impero è ampiamente documentata dai monili rinvenuti nell'area vesuviana. Sono oggetti che, nelle forme e nella tecnica, s'ispirano alla scuola orafa campana per l'uso di perle e pietre dure, ma con una peculiarietà che è tipica della società pompeiana amante non tanto dell'eleganza del lavoro quanto del rilievo plastico. Si tratta infatti di gioielli appariscenti che non giunsero mai a grande finezza di esecuzione. Gli artefici appartennero quasi sicuramente ad officine locali, come attestano e il fregio degli amorini orafi nella Casa dei Vetti e l'
esistenza di un collegio locale di aurifices. Nella Casa di Pinario Ceriale furono trovate pietre dure: ametiste, corniole, una sardonica, paste vitree, in parte grezze in parte levigate. Ne furono rinvenute oltre 100 insieme a tre bulini che servivano per la lavorazione. 

Tra le rovine delle città distrutte dall'eruzione del 79 d.C. furono recuperati orecchini a spicchio di sfera, a grappoli di perle o di grani di pasta vitrea, a cerchio; anelli d'oro incastonati con pietre dure variamente intagliati o formati da vari intrecci o lavorati in forma serpentina; bracciali modellati con l'uso abbondante di gemme e pietre dure, a corpo di serpente acciambellati o avvitati in più spire; collane in oro e pietre preziose. 
Le spille furono utilizzate con duplice funzione in quanto, oltre che come ornamento, servivano ad assicurare alle spalle il tessuto che formava l'abito. 

Talora completavano la toletta femminile una borsa, un ventaglio di piume, un ombrellino che serviva più per ripararsi dal sole che dalla pioggia. 
Tipico ornamento maschile era la bulla, amuleto a forma di borsetta, costituita da due dischi convessi di cuoio o di oro o di altro metallo e da una pistagna incisa con ricchi motivi ornamentali, attraverso la quale passava un trafilato metallico o una cordicella di sospensione. Di derivazione etrusca, era portata al collo solo dai rampolli delle famiglie di alto rango come segno distintivo di essere nati liberi e fino a diciassette anni. Un bellissimo esemplare in oro fu trovato con altri preziosi nella Casa del Menandro, nel baule di legno in cui era conservato il famoso servizio d'argento da 118 pezzi. 

Bibliografia essenziale:

Bellezza e Lusso ( Catalogo della Mostra) Roma 1992
Donato, Sostanze odorose del Mondo Classico, Venezia 1975
Etienne, La vita quotidiana a Pompei, Milano 1973
L. A. Scatozza Horicht, I monili di Ercolano, Roma 1989
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