Se si scorre la letteratura ottocentesca appare evidente il continuo riferimento al paesaggio: un paesaggio descritto non solo nelle linee generali, ma anche con grande dovizia di particolari riferiti alle caratteristiche vegetazionali e geologiche dei luoghi, fino ad arrivare alla corretta citazione dei nomi delle piante e delle rocce. Questa caratteristica non era comune solamente alle descrizioni dei viaggiatori più esperti in materie naturalistiche, ma apparteneva a tutti gli uomini colti del tempo, i cui interessi spaziavano nei più diversi campi. le osservazioni naturalistiche di Goethe, fossero quelle botaniche che descrivevano gli enormi pioppi dell'Agro Sarnese Nocerino, o quelle geologiche stimolate dalla visita a Pompei, non restavano fini a se stesse ma gli servivano ad elaborare nuove teorie in materia di riproduzione delle piante o di genesi delle eruzioni, fino a disegnare di proprio pugno le figure che ne avvaloravano le tesi. Questo atteggiamento si rifletteva specularmente nell'iconografia del tempo, soprattutto in quella documentarista che doveva naturalmente illustrare in maniera didascalica la pagina letteraria. Se si osservano alcune gouaches di Hackert. ad esempio quella che raffigura l'anfiteatro di Pompei, l'accuratezza dei particolari fa sì che le piante raffigurate siano perfettamente riconoscibili: l'agave in primo piano, le viti maritate ai pioppi sullo sfondo. Se è vero che letteratura e iconografia ottocentesca non facevano che sottolineare di continuo le caratteristiche del paesaggio, ciò diventa ancora più vero quando questo incorniciava i resti archeologici. Le rovine inserite nella natura circostante, di solito ritratte alle prime luci del mattino o al calare del sole, diventavano un messaggio che andava al di la dell'intento documentaristico: sottolineavano il sentimento di caducità delle cose umane tanto caro allo spirito romantico del tempo. I resti restituiti dagli scavi a Pompei e ad Ercolano accentuavano ancor più questo sentimento, perché ad esso si sommava l'impressione determinata dalla presenza incombente del Vesuvio che ricordava l'opera della natura che distruggeva e ricostruiva incessantemente, perpetuando in eterno l'alternarsi della vita e della morte: ne furono cantori non solo letterati come Giacomo Leopardi e Charles Dickens, il primo in versi, il secondo in prosa, ma anche scienziati come Humphry Davy, che raccontò il suo stato d'animo in un poemetto. Les derniers jours d'un philosophe (1828). Questo sentimento apparteneva a coloro che visitavano Pompei ancor più che a quelli che si recavano ad Ercolano: Pompei, infatti, era immersa in un paesaggio che appariva in gran parte vergine, dominato dalla mole del vulcano che continuava a dare spettacolo, mentre Ercolano riemergeva da un agglomerato di case in gran parte fatiscenti che certo non ne accentuava il fascino. A differenza di Ercolano che nascondeva le sue rovine in antri bui, Pompei le lasciava alla luce abbagliante del sole e questo esaltava quel contrasto tra la vita e la morte che la vegetazione alla riconquista dei ruderi accentuava: come la ginestra riportava la vita sulle sterili colate del Vesuvio cosi le fioriture di papavero inondavano i pavimenti sconnessi delle antiche case riportando però il pensiero ancora una volta alla morte, perché gli uomini colti del tempo, imbevuti di classicità, identificavano nel papavero il fiore dell'Ade. Cosi come testimoniano l'iconografia e la letteratura le rovine di Pompei non furono, però,solo occasione per il viaggio colto ma fecero da quinta alle diverse espressioni dell'animo romantico e quindi delle mode del tempo: vi si passeggiava al chiaro di luna, vi si svolgevano duelli, si disegnavano scorci, si raccoglievano come souvenir i fiori che crescevano tra le pietre sconnesse, soprattutto vi si ambientavano storie che grondavano dei sentimenti del tempo, Arria Marcella e Iettatura di Thèophile Gautier, ad esempio, e la Gradiva di Wilhelm Jensen, che offriva tali sentimenti all'analisi psicologica che cominciava a muovere i primi passi. Le rovine che tornavano alla luce diventarono perfino il luogo in cui il ricordo decadente dei riti pagani veniva sconfitto dallo scampanio delle campane, che inondava le campagne circostanti. Se si era particolarmente facoltosi il visitatore cercava di portarsi dietro un po' della magia vissuta visitando le antiche rovine, trafugando reperti o costruendo finte rovine su modello delle vere nei propri giardini, che poi «abbelliva» con rovi ed edere piantate accuratamente nelle fessure appositamente create, così come aveva del resto fatto la regina Maria Carolina nel giardino inglese di Caserta oppure allestendo pergole sostenute da colonne come quelle che ombreggiavano i triclini pompeiani. Più semplicemente la si ricordava, quella magia, riproducendola in mille maniere che noi definiremmo di pessimo gusto: sui servizi da tavola, nei presepi, nelle statuette di biscuit, sulle tabacchiere ricavate da blocchetti di lava, cosi che in unico oggetto si ricordava la gita fatta al Vesuvio e la visita alla città antica. Quando agli inizi del '900 si percepì la necessità di provvedere sistematicamente al restauro delle rovine mentre tarme di turisti sempre più folte cominciavano a percorrere le antiche strade non si guardò più a Pompei come luogo romantico: di lì a poco anche il paesaggio, che le incorniciava sarebbe cambiato in maniera irreversibile; lasciando alla letteratura e all'iconografia dell'800 il ricordo di un momento magico.

Annamaria Ciarallo
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