I misteri e la Villa dei Misteri

I MISTERI E LA VILLA DEI MISTERI 

La Villa    
La Villa dei Misteri, edificata nella metà del II secolo a.C. come abitazione signorile, fu ristrutturata intorno al 60 a.C., quando venne eseguita la ricca decorazione pavimentale e le celebri pitture sulle pareti. Successivamente, nel corso del I secolo d.C., venne aggiunta la parte rustica, cioè una serie di ambienti relativi alle attività di sfruttamento della terra, che connotavano molte dimore dell'epoca. 

Secondo la struttura canonica della villa romana, tramandata dall'erudito latino Varrone, l'articolazione tra parte urbana e parte rustica è nettamente distinta. Così, la parte urbana della villa, abitata dal dominus, cioè il padrone di casa, dai suoi parenti e ospiti, è destinata ai momenti più piacevoli e lussuosi della vita fuori città, all'ozio, allo svago e alle attività culturali.
La parte rustica ospita gli schiavi (instrumentum vocale), il bestiame (instrumentum semivocale) e le suppellettili (instrumentum mutum). La classificazione in base alla possibilità di parola, parlanti gli schiavi, semiparlanti gli animali e muti gli oggetti veri e propri, risponde ad una filosofia ben radicata nella struttura economico-sociale romana, per cui ogni uomo non libero, animale o cosa, gravitava intorno al patrizio per fornire ricchezza e benessere. Alla parte rustica si aggiungeva spesso una parte destinata alla lavorazione e conservazione dei prodotti dell'agricoltura e dell'allevamento, detta fructuaria. 

La Villa dei Misteri, scoperta all'inizio del nostro secolo e pubblicata nel 1931 in maniera sicuramente molto esaustiva per l'epoca, viene considerata, nel suo più antico impianto, una dimora permanente del dominus. 
La struttura della parte padronale, secondo la sequenza canonica descritta dall'architetto romano Vitruvio, si presenta articolata nel sistema principale di peristilio, atrio e portico. Dopo il vestibolo si accedeva direttamente all'atrio di tipo tuscanico, senza colonne, per immettersi poi nel tablino e nel portico, in questo caso un triportico, sui tre lati della parte urbana. 

Gli ambienti privati erano distribuiti intorno all'atrio, quelli di rappresentanza, in particolare, intorno al tablino. 


Le pitture
Durante la ristrutturazione, avvenuta intorno al 60 a.C., la villa venne ampliata e furono aggiunti nuovi ambienti, mentre altri furono riadattati ed ingranditi. A questa fase sono riferibili le più interessanti e belle decorazioni rinvenute in area vesuviana, che tanto hanno contribuito alla conoscenza di alcuni degli aspetti più particolari della religiosità antica. 

Nelle pitture delle pareti del tablino sono rappresentati simboli dionisiaci, così come nel cubicolo, comunicante con il famoso triclinio dei Misteri, dove furono dipinte scene di offerte a Dioniso, con rappresentazioni di Sileno, figura mitologica del seguito del dio, e di Satiri danzanti. 
Ci troviamo forse in presenza di una sorta di introduzione alla grande scena dionisiaca raffigurata nel triclinio più imponente della villa, una raffigurazione derivata da modelli più antichi, riferibili al mondo ellenistico del IV-III sec.a.C. ed eseguita, probabilmente, da un pittore locale per un committente che intendeva rappresentare un momento assai significativo della religiosità della famiglia. 

La grande scena dei Misteri
Della grande scena raffigurata nel triclinio della Villa dei Misteri sono state date nel corso degli anni diverse interpretazioni. Si sono ipotizzati riferimenti ai Misteri Dionisiaci, cioè a quei riti legati a Dioniso, oppure ai Misteri Orfici, cioè quelli collegati ad Orfeo e perfino ai Misteri Isiaci, relativi alla dea egiziana Iside. Altri studiosi hanno invece interpretato le pitture come rappresentazione teatrale di un mimo satiresco. 

Tra le tante possibilità interpretative, è suggestivo il riferimento ad un particolare rito romano, profondamente calato nella tradizione della religiosità latina arcaica: i Matronalia, le feste del 1° marzo ricordate anche dal poeta latino Ovidio. Durante queste celebrazioni, in ricordo delle vicende legate al ratto delle Sabine, all'inizio dell'anno nel calendario romano, veniva officiato un antichissimo rito, che vedeva compiersi pienamente il destino coniugale della Matrona romana. 

Non bisogna però dimenticare che nessuna delle diverse ipotesi interpretative avanzate dagli studiosi esclude completamente quella relativa alla raffigurazione di un dramma satiresco, una particolare forma di rappresentazione teatrale, con riferimenti a miti e misteri, anche sapientemente intrecciati dall'eventuale ignoto autore del soggetto.
La decorazione dell'intero triclinio, di forma rettangolare, si svolge, nel dettaglio, in questo modo:

- pilastro all'ingresso a destra: un amorino alato osserva la donna sulla parete destra, in stretta relazione con la scena successiva. 

- parete di destra, a destra della finestra: una donna seduta si pettina i capelli, aiutata da un'altra donna in piedi, mentre un amorino alato le regge uno specchio. 
La scena è stata letta come la toeletta di una sposa che si prepara per il matrimonio, o anche la toeletta della stessa Venere o una giovane sposa che si prepara per un rito.
-parete di destra, a sinistra della finestra: è rappresentato un gruppo con una donna seminuda in piedi che danza e suona i piatti e una donna in piedi con tirso, accanto ad un secondo gruppo con una figura seduta, con il capo inghirlandato, e una donna semivestita, accovacciata, con il volto sul grembo della figura seduta, mentre viene frustata da una divinità femminile alata in piedi, sulla parte destra della parete di fondo. 

In questa scena si è voluta vedere una rappresentazione del rituale dionisiaco con flagellazione dell'iniziata e danza liberatoria.
- parete di fondo: a destra è presente la divinità alata, collegata alla scena precedente, poi due donne di cui una in piedi (manca la parte alta della figura) e l'altra in ginocchio, mentre sta per scoprire un oggetto sacro, probabilmente un fallo. Al centro della parete, è rappresentata una divinità seduta in trono con Dioniso seminudo, disteso mollemente sul suo grembo, forse ebbro, e senza un sandalo, con il tirso appoggiato sul fianco. Alla sinistra della parete è invece un gruppo costituito dal vecchio Sileno seduto che porge una coppa ad un giovane Satiro, mentre alle spalle osserva la scena un altro Satiro in piedi, accanto ad una maschera di attore comico, appesa ad un finto pilastro. La scena complessiva è stata letta come la raffigurazione di Dioniso e Arianna (gruppo centrale), oppure Dioniso e Persefone o anche Dioniso e Afrodite al centro di un rituale a loro collegato, con la presenza di Sileno e Satiri, tipici del corteo dionisiaco.

- parete sinistra: a destra una donna in piedi sembra osservare, spaventata, la scena della parete di fondo e si copre il volto con un mantello, mentre un giovane satiro o Pan suona il flauto seduto e una sua compagna allatta una cerbiattina. Sotto di loro è raffigurato un capretto. La scena si svolge alla presenza di un Sileno in piedi, che suona la lira con il capo inghirlandato.
Al centro della parete è raffigurato un momento di un banchetto, in cui una giovane seduta di spalle, con il capo velato e inghirlandato, è servita da una donna in piedi alla sua sinistra, che le porge un panno per asciugarsi le mani e da un'altra alla sua destra, con il capo inghirlandato e in atto di versarle acqua in una bacinella, dove la donna seduta si lava le mani. Da sinistra avanza una giovane incinta, con il capo inghirlandato, portando verso la tavola un vassoio di focacce con la mano sinistra e un rametto di mirto con la mano destra.

Nella parte sinistra della parete campeggia un gruppo composto da una figura femminile seduta, recante un rotolo di pergamena nella mano sinistra e nell'atto di poggiare la mano destra sulla spalla di un fanciullo che legge un altro rotolo. Assiste alla scena una donna con il capo velato. In questa complessa scena si è ipotizzata la rappresentazione di un momento del rituale dionisiaco, oppure l'educazione del giovane Dioniso tra Semele e la sorella Ino, con l'allegoria delle quattro stagioni, oppure Aura, la personificazione del vento.  

- pilastro all'ingresso a sinistra: è raffigurata una donna seduta, con il capo velato nella quale si è voluta vedere Giunone nascosta che assiste alla toeletta di Venere, oppure una matrona che presenzia ad un rituale.


Riti sacri del mese di Marzo e di Aprile

I Matronalia romani e altre storie
Il mese di marzo era un momento importante per le festività romane, scandito da ricorrenze di episodi mitici e da pratiche religiose. Il mese era aperto dal capodanno romano, le calende di marzo, primo giorno del mese, prescelto per celebrare i Matronalia, speciali cerimonie dedicate alle matrone che si svolgevano in onore di Giunone Regina. 

In questa occasione si effettuavano riti in diversi luoghi: ad esempio a Roma, nel boschetto sacro presso il Tempio di Giunone Lucina sull'Esquilino o nel bosco sacro presso Lanuvio, dove si sperimentava la verginità delle fanciulle. Le matrone si recavano al Tempio di Giunone Lucina per propiziare la fecondità ed il parto. Durante i Matronalia alle schiave veniva concessa la libertà, le stesse padrone servivano loro il pasto, gli uomini usavano travestirsi da donne e viceversa e non era possibile sposarsi. 

I Romani davano una grande importanza al periodo dell'anno compreso tra il 1° marzo (Matronalia e capodanno romano), celebrazione dell'inizio della guerra tra Romani e Sabini, e il 23 marzo (Tubilustrium, festa in cui si purificavano le trombe), giorno dedicato alle nozze, con la celebrazione del matrimonio tra Nerio, dea sabina identificata anche con Afrodite e Marte, dio romano, che sanciva la fine della guerra. 
Tra il 1° marzo e il 23 marzo, tra i Matronalia e il Tubilustrium, si collocano, tra l'altro, alcune festività di antica tradizione, legate alle acque e alla luna nel primo plenilunio dell'anno e conseguentemente al ciclo femminile, visto in magica relazione con la protezione delle messi, poiché ad esso si attribuiva il potere di scacciare i vermi dal grano, principale fonte di sostentamento per i popoli dell'antichità. 

Questo periodo dell'anno era, così, complessivamente dedicato all'iniziazione delle giovani, che potevano compiere appieno l'importante ruolo sociale della riproduzione, diventando matrone.
In questo ambito, il 15 marzo, giorno del primo plenilunio dell'anno, si celebrava la festività dedicata ad Anna Perenna, antica divinità latina protettrice delle donne, pochi giorni prima dell'altra data decisiva di questo mese, il 17 marzo, giorno dei Liberalia, particolari feste di iniziazione, che garantivano l'ingresso dei giovani maschi nella società, con l'attribuzione delle armi. 

Quindi, mentre i ragazzi diventavano uomini, cioè erano in grado di combattere i nemici in armi, le ragazze diventavano donne, cioè potevano sposarsi e riprodursi. 
Il tutto avveniva sotto la protezione di diverse divinità, da Giunone a Nerio-Afrodite a Minerva e Anna Perenna per le donne e Marte per gli uomini. 


Le calende di aprile - Fortuna Virilis e Venus Verticordia
Il mese di aprile si apriva per i Romani con una doppia festività, dedicata alla Fortuna virile (Fortuna Virilis) e a Venere pudica (Venus Verticordia), due divinità femminili entrambe raffigurate in connessione con un oggetto sacro, il fallo. La prima, venerata presso un trono che la tradizione antica ha tramandato come il luogo originario del sacro oggetto, la seconda con il piede poggiato o seduta su una cesta detta talaros, al cui interno era conservato il fallo stesso, che compare, secondo alcune interpretazioni, anche sulla parete di fondo del triclinio della Villa dei Misteri. 

Durante queste feste, ricordate dal poeta latino Ovidio, le matrone lavavano la statua della dea ornandola di nuovi fiori, si lavavano a loro volta coronandosi di mirto, sistema usato dalla stessa dea Venere per scomparire alla vista dei satiri, e offrivano incenso a Fortuna Virilis presso una sorgente calda, ricordando il filtro d'amore, inventato dalla stessa Venere mescolando latte di papavero e miele. 
Secondo Plutarco il culto di Fortuna Virilis era celebrato attorno ad un trono, presso l'altare di Afrodite Epitalarios, (Afrodite che è sul cesto) la denominazione greca di Venus Verticordia. Venere, divinità femminile allo stesso tempo protettrice delle matrone e delle fanciulle era molto venerata a Pompei fin dall'età arcaica, tanto che Silla, dopo la conquista dell'89 a.C., ribattezzò la città Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum, monumentalizzando l'area tra Porta Marina e la Basilica con l'erezione di un grande tempio dedicato alla stessa Venere.

Dioniso e Afrodite 
Nella seconda metà del III secolo a.C. viene fondato, al di fuori delle mura di Pompei, un santuario dionisiaco, il cui altare fu eretto da un magistrato sannita, un Maras Atiniìs, lo stesso che avrebbe collocato una meridiana all'interno delle Terme Stabiane. 
Il culto di Dioniso, di origine orientale e poi greca, come quello di Afrodite, venne trasmesso a Roma, attraverso l'Etruria, solo all'inizio del II secolo a.C. e, quindi, questa antica attestazione della presenza del dio, che vede Dioniso accanto ad Afrodite, testimonia i molti rapporti avuti da Pompei con il mondo greco.

Dal sicuro culto di Dioniso e Afrodite nel piccolo tempio fuori le mura alla ipotesi della raffigurazione dei Misteri Dionisiaci, in presenza di Afrodite nel triclinio della Villa dei Misteri, il passo è breve: l'identificazione della figura femminile in trono, sulla parete di fondo, come Afrodite è molto suggestiva ed ha suggerito agli studiosi altre riflessioni sull'intero complesso figurativo; molti episodi dell'affresco trovano, infatti, riferimenti ai misteri di Dioniso.

Nel 186 a.C. il Senato romano proibì il rito dei Baccanali, cioè la celebrazione dei Misteri Dionisiaci, che nel mondo romano sembra si sia abbandonata ad alcuni eccessi ritenuti assai gravi dai senatori, sia per la morale delle matrone che dei fanciulli, che sembra partecipassero ai riti. 
Se da un lato la pudica linearità descrittiva e la pacatezza dell'ignoto pittore del triclinio della Villa dei Misteri porta più a pensare alla celebrazione di feste come i Matronalia o quelle di Venus Verticordia o anche alla raffigurazione di un mimo teatrale, piuttosto che suggerire una scena sfrenata di baccanale romano, d'altra parte la presenza di Dioniso e del suo seguito di Satiri e Sileni, ci riporta ai Misteri Dionisiaci, forse con influenze più dal mondo greco che da quello romano. 

In effetti molti elementi concorrono in favore di quest'ultima possibile spiegazione: la presenza di Afrodite in trono e la rappresentazione della probabile toeletta di Venere con corteo di amorini, la presenza di Dioniso e del suo seguito di Satiri e Sileni, la rivelazione della cesta contenente il fallo, i tirsi, le capre, la musica e il vino, la flagellazione sacra, la danza orgiastica, la lettura del rituale con la probabile presenza di Dioniso fanciullo, l'ossessiva presenza delle vesti gialle color croco (pianta sacra a Dioniso). 

Bibliografia essenziale:

O.J. Brendel, Der Grosse Fries in der Villa dei Misteri, Jahrbuch des Deutschen Archeologischen Instituts, 81, 1966.
W.Burkert, Antichi culti misterici, Bari 1989. 
A.Maiuri, La villa dei Misteri, Roma 1931
G.Pugliese Carratelli, Il santuario dionisiaco di Pompei, Tra Cadmo e Orfeo, Bologna, 1990.
M.Torelli, Lavinio e Roma, riti iniziatici e matrimonio tra archeologia e storia, Roma 1984. 
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