I giochi gladiatori e l'Anfiteatro

I GIOCHI GLADIATORI E L'ANFITEATRO 

Le corse dei carri ( ludi circenses) e soprattutto i combattimenti dei gladiatori (munera gladiatoria), furono i più popolari spettacoli sportivi del mondo italico e romano. Entrambe le competizioni erano seguite da folle immense ed intorno ad esse si scatenavano passioni analoghe a quelle che oggi animano il calcio. 
Pompei, al pari di molte altre città romane, sembra essere priva di un circo, mentre si dotò molto presto di un anfiteatro in muratura dove avevano luogo i giochi dei gladiatori.

L'Anfiteatro
In origine, come in altre città, questo genere di competizioni si tenevano nello spazio del Foro, dove il pubblico assisteva dai portici colonnati che circondavano la piazza. Ma già intorno all' 80 a.C. Pompei si dotò di un apposito edificio in muratura, l'anfiteatro, edificio a pianta ellittica che comprendeva uno spazio centrale (arena) destinato alle competizioni, circondato dalle gradinate per gli spettatori (cavea). 

L'Anfiteatro di Pompei è uno dei più antichi edifici del suo genere, anche precedente al primo anfiteatro in muratura di Roma, costruito nel 29 a.C.. Venne edificato presso il limite sud-orientale della città, in un'area periferica evidentemente ancora sgombra da costruzioni, a ridosso della cinta fortificata: le scalinate della cavea sfruttavano così in parte l'appoggio del terrapieno della mura e in parte un grande terrapieno artificiale, con all'esterno un muro di contenimento rinforzato da pilastri. 

Una iscrizione ci ricorda che la costruzione dell'anfiteatro, che i Pompeiani chiamavano Spectacula, avvenne a spese di C. Quinctius Valgus e Marcus Porcius, magistrati di Pompei. 
La struttura originaria è costituita da muri in opera incerta e in opera quasi reticolata e cioè con un paramento a pietre di piccole dimensioni poste a formare una sorta di reticolo irregolare. A seguito del terremoto del 62 d.C. le volte dei corridoi anulari furono danneggiate in più punti e poi restaurate con arcate in laterizio.

Anche all'anfiteatro, come a teatro, i cittadini, ai quali erano distribuite speciali tessere d'entrata, avevano diritto di assistere gratuitamente alle rappresentazioni. 
Mentre il resto del pubblico si disponeva nei settori retrostanti, ai personaggi più importanti era riservata la parte inferiore della gradinata della cavea, dove la prima fila dei sedili era posta in posizione notevolmente sopraelevata rispetto al piano dell'arena e protetta da un parapetto decorato con scene di spettacoli circensi, di modo che gli spettatori fossero al riparo dai pericoli derivanti dalle cruente rappresentazioni.

Gli animali e le attrezzature per gli spettacoli venivano introdotti dall'esterno e trasportati su carri sfruttando quattro ampi passaggi (vomitoria), che dalla piazza sbucavano direttamente nel piano dell'arena. I corridoi venivano utilizzati anche dagli spettatori che accedevano al settore inferiore e a quello mediano della cavea; i corridoi erano infatti collegati con un passaggio coperto (crypta) che girava intorno all'arena e che portava alle gradinate attraverso numerose scalette.

L'accesso alla parte superiore della cavea avveniva invece per mezzo di grandi rampe di scale, disposte simmetricamente a ridosso della facciata e che salivano ad un corridoio anulare esterno; da qui quaranta brevi passaggi coperti immettevano nelle gradinate.
Per proteggere gli spettatori dal calore del sole l'anfiteatro era dotato di una copertura mobile in tela di lino (velarium), sostenuta da pennoni situati alla sommità dell'edificio e manovrata per mezzo di corde scorrevoli. Questa comodità era vantata negli avvisi degli spettacoli, nei quali si ricordava che si sarebbe usufruito del velario.

I gladiatori
I munera gladiatoria erano combattimenti cruenti, forse derivati da più antichi riti funerari, dove si fronteggiavano due a due uomini armati di lancia o della spada corta (gladium) dalla quale i gladiatori traevano il nome. I gladiatori, che si cimentavano nelle arene sostenuti dal tifo di un'enorme massa di spettatori, venivano reclutati tra i prigionieri di guerra, gli schiavi, i criminali condannati alla pena capitale. Essi erano organizzati in speciali scuole (Ludi) e vivevano dentro caserme-prigioni ove si addestravano sotto una disciplina durissima.

Scuole gladiatorie erano diffuse in tutto il mondo romano e in particolare erano famose quelle della Campania, dove erano molto apprezzati questi tipi di combattimenti. Celebre era la scuola di Capua alla quale appartenne Spartaco, il gladiatore che si ribellò ai Romani, ai quali oppose una strenua resistenza prima di essere catturato sul Vesuvio.
I più abili dei gladiatori raggiunsero una grandissima fama tra i loro contemporanei e molti ebbero in premio la libertà definitiva. E d'altra parte la passione per questo genere di spettacoli era tale che molti uomini liberi, persino non di umili origini, decisero di dedicarsi a tale attività, mentre altri che avevano ottenuto la simbolica spada di legno, che li autorizzava a non combattere più, tornarono nell'arena. 

Crudeltà e disordini
La maggior parte dei gladiatori era destinata a morire prima o poi dentro gli anfiteatri sotto la spada del vincitore di turno, spesso tra atroci tormenti. Generalmente era il pubblico a decretare la sorte del gladiatore che era stato atterrato o disarmato dall'avversario. Il vinto chiedeva pietà alzando un dito: se si era difeso valorosamente gli spettatori agitavano dei fazzoletti chiedendo che la vita gli fosse risparmiata, altrimenti intimavano al vincitore di giustiziarlo, piegando il pollice della mano verso il basso (pollice verso).

Il coinvolgimento del pubblico era altissimo e spesso a margine degli spettacoli si verificarono scontri violenti tra i tifosi. 
Ci racconta lo storico Tacito che, proprio nell'Anfiteatro di Pompei, si verificò nel 59 d.C. una violentissima zuffa tra tifosi pompeiani e quelli della vicina città di Nuceria. Gli incidenti iniziarono con scambi di insulti e degenerarono in sassaiole e scontri armati, causa di un vero e proprio eccidio. In conseguenza di ciò il senato romano deliberò la squalifica del campo di Pompei per dieci anni, condanna che fu però sospesa dopo il terremoto del 62 d.C.. 

L'episodio, accennato anche dallo storico Tacito, fu ricordato a Pompei in un dipinto, attualmente conservato al Museo Archeologico di Napoli.


Munera e venationes
Diverse erano le specialità gladiatorie: talvolta i combattenti erano armati di un tridente e di una rete (retiarii) che veniva lanciata ad intrappolare l'avversario; altre volte erano armati con leggeri scudi rotondi e una corta spada a lama ricurva (traci). I combattimenti avvenivano anche tra uomini a cavallo, o tra uomini su carri (essedari).

A volte venivano mandati a combattere nell'arena uomini contro belve feroci, come leoni, tigri, orsi, tori.... Contro di essi si cimentavano abili cacciatori armati di lancia e frecce in spettacoli che prendevano il nome di venationes, cioè cacce.
Altre volte gli animali venivano fatti combattere tra loro, mettendo l'una contro l'altra bestie di specie diverse; talora gli animali erano addestrati per divertire il pubblico con le più stravaganti esibizioni, come è d'uso nei circhi moderni. 

Complesse scenografie con alberi, finte montagne, corsi d'acqua ricreati imitavano i paesaggi esotici che facevano da cornice a questi spettacoli nei quali spesso si compivano stragi immense e gratuite di animali. Le belve venivano cacciate e catturate a migliaia nelle varie regioni dell'Impero per essere destinate agli anfiteatri delle città.
Munera gladiatoria e venationes erano intervallati spesso da incontri di lotta e di pugilato, oppure da numeri di intrattenimento simili al circo moderno, con buffoni, mimi, acrobati e giocolieri. 

Dopo la distruzione di Pompei questo tipo di spettacoli, per assecondare le aspettative di un pubblico assuefatto alla violenza, degenerò verso forme sempre più crudeli e perverse. Così, ad esempio, nell'ambito dei munera gladiatoria, cominciarono a organizzarsi combattimenti sine missione, bestiali carneficine dove i gladiatori, a turno, erano chiamati a lottare completamente disarmati contro uomini armati di gladio e di scudo. Negli anfiteatri, di fronte a decine di migliaia di spettatori assetati di sangue, venivano fatte eseguire le condanne capitali nelle quali i prigionieri venivano gettati inermi nell'arena per essere sbranati dalle belve. 

Contro le crudeltà degli spettacoli gladiatorii si levò la voce del filosofo Seneca; infine nel 404 d.C. vennero banditi per sempre questi combattimenti. 

Bibliografia essenziale:

M.Della Corte, I nuovi scavi e l'Anfiteatro, Pompei 1930
M. Girosi, L'Anfiteatro di Pompei, in Memorie dell'Accademia di Archeologia, Lettere, Belle Arti di Napoli, V, 1936, pp. 29 
P. Sabbatini - Tumolesi, Gladiatorum Paria, Roma 1980
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