Gli edifici dei culti egiziani

GLI EDIFICI DEI CULTI EGIZIANI 

I culti egiziani a Pompei si svolgevano pubblicamente, nel tempio, e in privato, in piccoli tempietti allestiti nelle case, i larari.
L'edificio pubblico più importante per i culti egizi doveva essere il Tempio di Iside. Il tempio si trova nel cosiddetto quartiere del teatro, un'area fortemente caratterizzata, nel corso del II secolo, dall'erezione di vari edifici a destinazione culturale, ispirati a modelli ellenistici: il teatro stesso, l'ambulacro del teatro, forse in origine un ginnasio (poi trasformato nella Caserma dei Gladiatori), il Tempio di Giove Meilichio, e quello di Iside, entrambi eretti a cura di privati o, comunque, di cerchie ristrette di adepti che hanno scelto una collocazione in questa zona fortemente connotata dalla cultura greca. 

Del resto, in ambiente italico, l'introduzione dei culti egiziani avvenne nel quadro del più ampio movimento che condusse all'introduzione dei modelli culturali e della religione del mondo ellenistico, come testimoniano anche le assimilazioni di divinità egiziane e greche.

Il Tempio di Iside 

L'Iseo pompeiano è allo stato attuale l'unico effettivamente ritrovato e documentato, e per giunta in uno stato di conservazione eccezionale. 
La sua scoperta, avvenuta nel 1764 risale alla prima fase degli scavi. Gli scavatori non sapevano di trovarsi davanti all'unico edificio di culto di Pompei che presentasse una decorazione completa, grazie alla celerità dell'intervento di restauro che erano stato effettuati dopo il terremoto del 62 d.C.. Al momento dell'eruzione del 79 d.C., il Tempio di Iside era infatti l'unico edificio pubblico ad essere stato completamente ripristinato.

Conformemente alla pratica dell'epoca, dopo la scoperta, le pitture figurate furono asportate e collocate al Museo di Portici e sono tuttora visibili al Museo Nazionale di Napoli, in un recente allestimento che permette di farsi una idea della disposizione originale sulle pareti dei vari ambienti.
Il Tempio di Iside a Pompei risale al II secolo a.C.. Le dimensioni del portico (60x50 piedi osci) indicano, infatti, un utilizzo dell' unità di misura e delle proporzioni, diffuse in genere in epoca antecedente l'impianto della colonia, dell'80 a.C. I materiali da costruzione (riutilizzati nell'edificio post-terremoto), e soprattutto lo stile dei capitelli, permettono, inoltre, di datare la costruzione del tempio ad un momento di poco posteriore al 150 a.C. 

L'impianto attuale rimonta, però, alla ristrutturazione dell'epoca successiva al terremoto del 62 d.C. Una iscrizione che sormonta l'ingresso al tempio recita infatti:

N(umerius) Popidius N(umeri) f(ilius) Celsinus aedem Isidis terrae motu conlapsam a fundamento p(equnia) s(ua) restituit; hunc decuriones ob liberalitatem, cum esset annorum sexs, ordini suo gratis adlegerunt.

("Numerio Popidio Celsino, figlio di Numerio, ricostruì dalle fondamenta, a sue spese, il Tempio di Iside, crollato per il terremoto. Per la sua munificenza i decurioni, pur avendo egli solo sei anni, lo ammisero al loro ordine gratuitamente").

Il padre di Popidio Celsino, Numerio Popidio Ampliato, non apparteneva, pare, alla illustre famiglia pompeiana dei Popidii, ma piuttosto doveva esserne un liberto, cioè uno schiavo liberato e, in quanto ex-schiavo non poteva accedere, secondo la legge romana, alle magistrature.
Di conseguenza, Numerio Popidio Ampliato aveva prodigato le sue fortune, ottenute probabilmente tramite i commerci, come avveniva comunemente per altri ex-schiavi, per assicurare una brillante carriera al figlioletto, facendolo ammettere all'ordo decurionum, il Senato pompeiano (una sorta di consiglio municipale, i cui membri erano nominati a vita), come ricompensa per la ricostruzione del Tempio di Iside. 

L'iscrizione ci dice anche esplicitamente che il culto si svolgeva sotto il patrocinio delle autorità municipali della cittadina.


L'edificio
Per una porta situata nell'angolo nord si accede a un cortile porticato al cui centro si leva un tempietto su podio. 
Nella cella vi erano due basi, destinate a sorreggere le statue di culto di Iside ed Osiride; due nicchie esterne erano presumibilmente destinate a quelli che sono in genere i theoi sunnaoi ("dei che condividono la stessa cella"), cioé Arpocrate e Anubi.

Occupava il fondo della cella un banco cavo in mattoni, probabilmente utilizzato per riporre gli arredi sacri, al quale si accedeva sia dalla cella stessa che da una scaletta laterale e posteriore. Secondo congetture ottocentesche, la funzione della struttura era quella di illudere i fedeli con trucchi da baraccone, come far parlare le statue.
A fianco dell'altare principale, collocato davanti alla scala del tempio, vi era una fossa in muratura con i resti bruciati di offerte di frutta e di due statuette, di cui uno è un autentico ushebty (statuetta funeraria) egiziano, oggi al Museo di Napoli, databile agli inizi della ventiseiesima dinastia (664-525 a.C.).

L'iscrizione geroglifica dell'oggetto ci dice che apparteneva ad un funzionario egiziano dal nome di Payefheryhesu, dalla cui tomba saccheggiata in Egitto molto probabilmente proveniva.
Anche l'ushebty fu bruciato chiaramente sull'altare, una pratica che nulla ha a che vedere con la funzione originaria della statuetta e che costituisce un ennesimo esempio del fraintendimento delle concezioni originarie egiziane.
In una nicchia dietro al tempietto, inoltre, era collocata una statua di Bacco con pantera, significativa testimonianza della ricorrente associazione fra i culti egiziani e quelli dionisiaci. 

Un rebus
Una iscrizione geroglifica (una lastra dorsale asportata da una statua egiziana) si trovava su di un pilastro davanti al tempio. Il testo contiene una breve narrazione delle peripezie del sacerdote di Harsaphes, Samtowetefnakhte, stretto fra Greci e Persiani al crepuscolo dell'Egitto dinastico, nel periodo della conquista di Alessandro Magno (dunque fine del IV sec. a.C.). La sua statua, successivamente mutilata della lastra dorsale, era certo posta nel tempio di Harsaphes stesso, in ringraziamento per averlo protetto in quei tempi insidiosi. 

L'iscrizione è sormontata da una processione di figure, concepita in origine per essere letta come un crittogramma (un "rebus"). La presenza della stele nel tempio, in una posizione molto in vista, si spiega forse con l'interpretazione di questo crittogramma come una raffigurazione della processione di Iside; o ancora, si potrebbe pensare che il sacerdote, lo hierogrammateus, fosse in grado di leggere correttamente il testo geroglifico, che sarebbe stato reinterpretato in termini generali, come esempio di un viaggio dell'iniziato concluso con la salvezza dell'adepto. 

La processione di Iside
Vicino all'altare, all'angolo sud-est, una scaletta porta ad una camera situata in un piccolo edificio decorato da stucchi con immagini di Anubi e Iside, ma anche di Marte e Venere, Perseo e Andromeda. 
La funzione di questo ambiente è discussa: o megaron per il sonno visionario degli iniziati, o purgatorium per le abluzioni rituali, o per attingere l'acqua del Nilo. Sappiamo solo che cripte simili sono state segnalate in altri templi di Iside o di Serapide ( a Lecce, Gortina, Delo).

Le partizioni pittoriche del portico sono decorate alternativamente con paesaggi e sacerdoti e sacerdotesse della Pompa Isidis, cioè la processione di Iside, secondo l'uso di raffigurare il corteo sulle mura del tempio riconducibile a modelli egiziani.
La processioni aveva luogo in occasione del Navigium Isidis, la festa, che si celebrava il 5 marzo, della dea patrona della navigazione, un ruolo attribuitole nella rielaborazione greco-romana del suo culto, a cui alludono anche le scene di parata navale che si alternano alle figure di sacerdoti. 

Fra i sacerdoti si riconoscono lo hierogrammateus ("scriba sacro"), esperto di testi sacri e di cosmografia, il bajulus deorum (in greco hieraphoros o agiaphoros), con la maschera di Anubis a testa di sciacallo, e un licnoforo, cioè il portatore della lampada, a forma di navicella, che allude, appunto, alla dea patrona della navigazione. Compaiono anche il sommo sacerdote o profeta, un giovane con la situla che, non avendo il capo rasato, doveva essere un semplice iniziato e una sacerdotessa che agita lo strumento sacro di Iside, il sistro. 

La sequenza è interrotta da una nicchia in cui è raffigurato Arpocrate, all'interno di una piccola edicola, di fronte alla quale sta un sacerdote. 


Gli ambienti connessi con il culto 
Sul retro del portico si aprono una serie di ambienti annessi. 
Qui è situata una grande sala, chiamata Ecclesiasterion (destinata a pasti rituali, a recite sacre, o a riunioni), dove si trovavano la scena dell'adorazione del sarcofago di Osiride e due storie della ninfa Io: il suo arrivo in Egitto, l'antefatto della storia e la sua sottrazione al guardiano Argo da parte di Hermes. In questa sala sono stati ritrovati degli scheletri umani, un sistro in bronzo e delle ossa di pollo. 

Altra grande sala adiacente è il Sacrarium (sala di iniziazione, o semplicemente sacrestia), anch' esso decorato con varie raffigurazioni di divinità egiziane: la coppia Iside-Osiride; la inventio Osiridis, ovvero il ritrovamento del corpo di Osiride; Bes e inoltre, rappresentazioni di statuette di vari animali sacri egiziani corrispondenti ad altrettanti dei. 
Completavano il complesso alcuni ambienti di servizio ("Pastophorion") disposti su due piani, comprendenti cucine e camere da pranzo e da letto.

Le cerimonie sacre
Le cerimonie quotidiane prevedevano libagioni di acqua del Nilo (o acqua ad essa assimilata, dati i costi di farla portare dall'Egitto), che veniva anche adorata, oltre a pantomime sacre accompagnate dal suono del flauto e del sistro. I fedeli partecipavano ai culti vestiti di lino immacolato, con canti e, come sempre, con i sistri.
La scena della inventio Osiridis, rappresentata nella sala dell'iniziazione, si riferisce all'altra grande celebrazione isiaca, che ricorreva fra il 13 e il 16 Novembre: tre giorni di lutto e di pantomime rappresentanti la ricerca di Osiride ucciso da Seth. Il rito si concludeva con il ritrovamento del corpo da parte di Iside e la sua traslazione in barca. 

La lieta novella del ritrovamento veniva annunciata a gran voce, e la festa si concludeva con riti gioiosi a volte accompagnati da distribuzioni di vino ai presenti. I tradizionalisti romani si lamentavano della rumorosità degli Isiaci, che arrivavano tutti vestiti di lino, accompagnati dal sacerdote con maschera canina, e preceduti dal tintinnio insistente dei loro sistri.


Tra le pareti domestiche
Oltre che nel tempio, la devozione isiaca era praticata anche in diverse abitazioni private, nei larari. Questi erano normalmente riservati all'adorazione degli dei domestici: il Genio del padrone della casa, i Lari ed i Penati. In alcuni di casi molto particolari, questi dei vengono addirittura rimpiazzati dagli dei egiziani. Si tratta del larario della Casa delle Amazzoni, con la raffigurazione della triade alessandrina, Iside, Osiride e Arpocrate, mentre in un altra casa (VIII.4.12) è rappresentato solo Arpocrate con due sacerdoti recanti rispettivamente la situla e il sistro.

Per spiegare questa sostituzione così radicale, per entrambi i casi, in particolare per il primo, si è ipotizzato che si trattasse di liberti di origine alessandrina. 
La soluzione normalmente adottata era piuttosto di far convivere i "larari esotici" con quelli tradizionali. Così nel larario della caupona (taverna) I.2.20/21, con le raffigurazioni di Iside-Fortuna e Bacco, si sono trovate diverse statuette, fra cui Diana, Iside, Medusa e Bacco. Nella Casa di Giasone, Arpocrate occupa una posizione simmetrica a quella del Genio del padrone di casa. Il panettiere Proculus consacrò invece un larario molto tradizionale, con nicchia e serpenti agatodemoni, a Iside-Fortuna, e un altro al Genio tutelare. Stranamente, il proprietario della caupona IX.7.21/22, già possessore di un larario tradizionale, fece dipingere Iside-Fortuna sulle pareti che portavano al cacator, come se questo sostituisse l'altare per le offerte.

Nella Casa degli Amorini dorati, la composizione del muro meridionale, raffigurante il quartetto Iside, Serapide, Arpocrate e Anubi, sormontati da simboli di culto isiaci, è da identificare come larario, per la presenza dei serpenti nel registro inferiore, e fa in qualche modo da pendant all'edicola consacrata alla Triade Capitolina nello stesso peristilio. Nella stessa casa è stata trovata una testa di Iside-Fortuna, una statuetta in alabastro di Horus ieracocefalo, e una lampada in terracotta patinata d'argento, su cui appaiono le stesse quattro divinità del larario. 

La Casa di Octavius Quartius
Nella Casa di Octavius Quartius, il proprietario aveva addirittura allestito un grande giardino percorso da due canali disposti a forma di T, alimentati da tubature in piombo, che dovevano evocare un paesaggio nilotico, simulando la famosa inondazione del Nilo. Il giardino era ornato da statuette raffiguranti divinità egiziane accanto ad altre greco-romane, un ibis di marmo, e una serie di lucerne di cui due, in bronzo, decorate l'una con il busto della divinità Zeus-Ammon, l'altra con un fiore di loto. 

Entrando dall'atrio nel colonnato che precede il giardino, sulla destra, è situato un cubiculo finemente decorato che fungeva da sacello di Iside, dove è raffigurato un sacerdote della dea.
La nicchia sulla parete centrale, trovata vuota, doveva ospitare le immagini sacre, fra cui Iside, probabilmente portate via dai proprietari in fuga; diversi pompeiani fuggiaschi, infatti, recavano con sé i Penati e i Lari. 
Le pitture sulle pareti ai lati della porta del sacello, raffiguranti Diana e Atteone, suggeriscono che vi si adorasse Iside-Diana. 

La casa non conserva tracce di un larario; è possibile che gli dei domestici fossero effettivamente sostituiti da quelli egiziani.


I Praedia di Giulia Felice
Un altro sacello con raffigurazioni di Iside, Serapide e Anubi si trova nei Praedia di Giulia Felice; il suo carattere di larario è chiaramente denotato dalla coppia di serpenti convergenti verso un altare, dipinta sotto gli dei egiziani. Una donna officia al loro culto portando un piatto con frutta e uova, cui si avvicinano altre due figure di serpenti. 

Le camere intorno al giardino della casa presentano una elaborata decorazione che unisce motivi egiziani e genericamente orientali come cigni, grifoni, datteri, sistri, situle ecc., e due immagini di Iside-Fortuna si ritrovano nell'atrio e in un cubiculo. 
È importante ricordare che i Praedia erano sede dell'associazione sportiva e militare Juventus Veneria Pompeiana, che riuniva giovani aristocratici, evidentemente in buona parte (se non tutti) devoti della dea.

I culti egiziani nella società pompeiana
I motivi del successo dei culti egiziani nel mondo ellenistico, e in particolare in Italia e a Pompei, sono complessi. Essi si diffusero innanzitutto in Grecia, nel corso del III secolo, e la loro ricezione in Occidente fu contemporanea e senz'altro legata alla generale assunzione di culti e modelli greci. I culti egiziani mantennero comunque la loro specificità, e rimasero patrimonio di una cerchia che, anche se vasta, era pur sempre minoritaria. 

Un ruolo importante nella diffusione del culto fu svolto dagli schiavi e dai liberti.
L'origine degli schiavi romani è in genere straniera. Essi vennero a formare un ceto estremamente variegato e dinamico, in cui vi era una forte mobilità sociale (la ricchezza dello stesso P. Numerio Ampliato, capace da solo di finanziare la ricostruzione di un intero tempio, ne è testimonianza), e, non riconoscendosi nei culti tradizionali dei loro padroni, cercavano identificazione, protezione e rapporti privilegiati con divinità di importazione, o, se ne avevano i mezzi, restavano fedeli a quelle del loro paese. 

Le incertezze e i fermenti, l'inquietudine e la ricerca del nuovo della tarda Repubblica e dell'Impero, d'altro canto, attraversarono tutti i ceti sociali, inclusi quelli aristocratici. 
In presenza di questa crisi di punti di riferimento stabili, l'appartenenza ad una setta, in particolare al culto di una dea salvifica ed ecumenica come Iside, che promette ai suoi iniziati di risorgere come Osiride, poteva garantire all'adepto l'identità e le risposte che non trovava più nei culti tradizionali. Questo aspetto, accanto alla forte capacità di penetrazione dei modelli culturali e degli stili di vita ellenistici, spiegano la presenza di devoti ai culti egiziani a tutti i livelli sociali, fra gli aristocratici, come il Poppeo della Casa degli Amorini Dorati, fra i mercanti, come Cornelius Tages o i proprietari di alcune cauponae, fra gli attori, come il Norbanus Sorex cui fu eretta un'erma nel Tempio di Iside, e fra i personaggi di origine servile, come N. Popidio Ampliato, diventando anche un fattore importante nel processo di integrazione fra i ceti sociali. 

È questo il fertile terreno in cui avrebbe messo radici il Cristianesimo che, per quanto sia radicalmente diverso in molti aspetti, fra cui il suo proporsi come religione assoluta, che esclude tutte le altre, presenta alcuni elementi che richiamano il culto isiaco in maniera sorprendente: si pensi in particolare al parallelismo fra la resurrezione di Osiride, promessa ad ogni fedele, e quella di Gesù, nonché a quello fra Iside e la Vergine Maria, la cui iconografia con il Bambino in braccio è probabilmente riconducibile a quella egiziana di Isis lactans.

Alcune testimonianze dei culti egizi a Pompei
Oltre ai larari, testimonianze di devozione ai culti egizi si trovano nella decorazione di vari ambienti pompeiani; alcune, come quelle dei larari, sono in stile greco-romano; esiste però anche una maniera "egittizzante" che tenta di riprodurre lo stile e la ieraticità (cioé la solennità e la "rigidità") delle raffigurazioni egiziane tradizionali. 
Fra queste, ci sono in particolare le pitture di III stile su fondo nero del tablino della Villa dei Misteri, con le raffigurazioni di Iside alata; la decorazione del triclinio della casa di Orfeo, con Iside e due sacerdoti; un ambiente della Villa di Tito Claudio Eutico, con una elaborata composizione di grifoni e sfingi alati, ibis, cicogne, e figure fra cui si distingue Iside con fiore di loto sulla testa, Horus a testa di falco e Anubi cinocefalo; due ambienti della Casa del Centenario, con divinità e motivi egiziani alternati a paesaggi nilotici, cacce, e affreschi mitologici ellenistici, dove è stato ritrovato un sistro e, non lontano, anche una statuetta di Iside Hygeia; la situla d'argento ritrovata nel Foro Triangolare, non lontano dal Tempio di Iside, da cui verosimilmente proviene, recante raffigurazioni di Iside, di un altra divinità femminile egiziana non identificata e di un babbuino (manifestazione del dio Thoth).

Un quadro raffigurante Iside ritrovato nell'Edificio di Eumachia è un'ulteriore attestazione della popolarità della dea, unica divinità estranea al culto dell'Imperatore ad esservi ammessa.
I culti egiziani sono testimoniati anche da oggetti ritrovati nel tempio, nelle case, nelle botteghe, in campagna, o la cui provenienza precisa è sconosciuta. Sono note una trentina di statue, statuette e teste di Iside in vari materiali; una dozzina di statuette di Arpocrate; una di Zeus-Serapide, dalla Basilica; una di Anubis, dalla casa di Memmius Auctus; tre di Bes, e due di un sacerdote di Iside. 

Inoltre una trentina fra rilievi, monili, mobilio cultuale e vasi a decorazione plastica, con varie divinità, e una ventina di sistri. 
Infine anche una ventina di iscrizioni, per lo più costituite da etichette greche "Serapis dora" ("dono di Serapide") su anfore per l'acqua del Nilo, ma comprendenti anche alcune dediche in greco e latino, e un paio di manifesti elettorali, in uno dei quali N. Popidio Natale sostiene la candidatura ad edile di Cuspio Pansa cum Isiacis, "con gli Isiaci"; egli stesso doveva essere adepto e forse sacerdote del culto; un vaso con il suo nome è stato infatti trovato nel pastophorion del Tempio di Iside.

Bibliografia essenziale:

AA.VV., Alla ricerca di Iside - Analisi, studi e restauri dell'Iseo Pompeiano nel Museo di Napoli, Roma 1992
N. Malaise, Inventaire preliminaire des documents egiptiens decouverts en Italie, Leida 1972
N. Malaise, Les conditions de penetration e de diffusion des cultes egiptiennes en Italie, EPRO n.22, Leida 1972
V. Tran Tam Tinh, Essaie sur le culte de Isis a Pompej, Parigi 1964
  • Condividi:
  • Aggiungi a Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Digg
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Live Bookmarks