Le produzioni naturali

A ottobre il tempo era piovoso e talvolta freddo, a novembre c'era freddo e qualche brinata, a dicembre freddo con gelate. L'equinozio di autunno (23 settembre) segnava I'inizio delle operazioni per la vendemmia sia in città che in campagna, i doli e le anfore, che dovevano accogliere il prodotto della pigiatura erano state già preparate rendendole impermeabili all'ìnterno spalmandole con resine di pino, così come si era provveduto a raccogliere la legna necessaria per cuocere il mosto e ridurlo a sapa. Le uve mature – il segnale era dato dal completo annerimento dei vinaccioli – raccolte con l’aiuto di falcetti venivano poi messe in grossi canestri e portati nei luoghi di pigiatura, che a seconda anche delle quantità e degli usi poteva essere fatta con i piedi, oppure in un sistema più <<industrializzato>> con i'auslio di grandi presse che permettevano anche la successiva torchiatura dei graspi, per ricavarne prodotti via via più scadenti da destinare soprattutto agli schiavi, o ancora, utilizzando entrambe le tecniche. Il mosto con le vinacce veniva posto poi A fermentare nei grandi doli: il limitato diametro della loro imboccatura limitava ovviamente lo scambio di ossigeno con l’ambiente esterno e questo certamente doveva influire sul prodotto finale. Una volta conclusa la fermentazione il mosto destinato alla tavola veniva poi chiuso nelle anfore e poste ad invecchiare. I graspi, una volta svinato, venivano impiegati per I'alimentazione animale. Una parte del vino, quello destinato alle conserve, veniva messo ad acetificare oppure fatto cuocere per produrre la sapa, un'altra invece era utilizzata per la preparazione dei vini medicati utili alla farmacia di casa. Finita a vendemmia si cominciavano a preparare i terreni degli orti per le successive semine:se le piogge erano state abbondanti non c'era problema a rinvanqarle altrimenti bisogna prima irrigarle abbondantemente: alle donne invece era affidato il compito di riporre e conservare i frutti autunnali. Nei campi bisognava sfruttare le poche ore di luce diurna per portare avanti i lavori mensili: ad ottobre si provvedeva alla potatura delle talee messe a vivaio, alla semina del farro, alla raccolta delle olive verdi da serbare e, soprattutto, alla pulitura dei fossati e dei ruscelli e alla creazione degli scoli per l'acqua per evitare che si creassero problemi al sopravvenire delle piogge, mentre a novembre si concimavano le viti, si scalzavano oli olivi, si seminavano le fave e a dicembre si preparavano i gioghi per le viti e s’innestavano i fruttiferi. A dicembre. la raccolta delle olive, al mutare del loro colore da verde in nero, e le operazioni di macinatura per la produzione dell'olio concludevano i grandi lavori del'anno: per avere un olio di buona qualità le olive appena raccolte andavano portate al frantoio. Una prima frangitura, effettuata senza rompere i noccioli, dava il prodotto migliore mentre con la seconda si formava la pasta di olive che, messa in panieri di fibra vegetale, veniva poi pressata con I'aiuto di un torchio: ogni successiva torchiatura da va un prodotto via via più scadente destinato agli schiavi. I prodotti di scarto erano diversamente utilizzati: la morchia, ad esempio, veniva impastata con la calce per mettere i granai al riparo del punteruolo del frumento, mentre i residui ultimi delle torchiature erano usati per alimentare la fiamma delle lampade. Il resto del tempo si rimaneva in casa alla fievole luce delle lucerne: mentre le donne di casa provvedevano alla filatura e alla tessitura, gli uomini affilavano le lame degli attrezzi e ne sostituivano i manici utilizzando di preferenza nell'ordine il legno di leccio, di carpino o di frassino, squadravano pioli e paletti. costruivano le arnie per le api, intrecciavano canestri e sporte utilizzando, a seconda delle località, foglie di palma, ginestra o vimini e mondavano i rami di salice da usare come leqacci per le viti. Del resto raccomandava Varrone (De re rust. l, XXII): Di quanto cresce nel podere e può farsi da' servi, non si compri nulla di quello che si può fare coi vimini e con materiale campestre, come corbe, fiscelle, trebbie. martelli, rastrelli. Lo stesso di quanto si fo con le canape, coi giunchi, con la palma, con lo sparto, come funi, corde e stuoie. In particolare tutti gli autori classici erano concordi nel sottolineare I'importanza del salice nella vita quotidiana del tempo - nella graduatoria delle colture in ordine di importanza stilata da Catone il saliceto occupava il terzo posto e precedeva I'oliveto - tanto da consigliarne la coltivazione a margine della proprietà o lungo i corsi d'acqua: la flessibilità dei suoi rami, infatti, non solo li rendeva adatti a fare i legacci per legare le piante in campagna ma permetteva di intrecciare canestri e corbelli utili nella vita di ogni giorno secondo un uso che si è protratto per secoli fino ad arrivare ai nostri giorni. Per la costruzione delle arnie, invece, la materia prima migliore era considerata il sughero, in seconda istanza la ferula e in mancanza anche di questa il vimini intrecciato. Per gli allevatori ottobre rappresentava il limite ultimo per la cova delle galline: sempre in autunno si provvedeva a strappare le piume alle oche per venderle. Tra la fine dell'autunno e i principi d'inverno si provvedeva a seminare i cereali nella terra ripetutamente arata. 
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