L' eruzione vesuviana del 79 d.C. seppellì le antiche città e il territorio circostante.
Le attuali tecniche di ricerca permettono di identificare le piante che crescevano in antico e quindi di ricostruire gli ambienti naturali che caratterizzavano il territorio.
Ogni informazione raccolta, derivata dallo studio dei semi, dei legni, dei frutti e dei pollini, dalle tracce di coltivazione o di irrigazione o dal rilevamento dell'antico piano di campagna, è stata catalogata secondo il luogo di ritrovamento. Il confronto tra i dati permette di definire le principali colture in atto o la vegetazione spontanea presente in un determinato sito.
I lavori scientifici di sintesi, curati per la parte geologica dal Prof. Tullio Pescatore e dalla Prof.ssa Maria Rosaria Senatore dell' Università del Sannio, sono stati pubblicati su riviste specializzate italiane e straniere.

I risultati possono essere così sintetizzati:
•    antica città di Pompei: nei "viridari" erano coltivate piante utilizzate anche a scopo medicamentoso. Nei quartieri periferici, situati nei pressi dell' Anfiteatro, vi erano piccoli orti, alcuni vigneti e frutteti, un vivaio e una coltivazione di essenze da profumo. Poco prima dell'eruzione del 79 d.C. era cominciata la coltivazione di piante come pesco, albicocco e limone.
•    fascia extraurbana, a ridosso delle mura: coltivazioni intensive di tipo orticolo.
•    fascia collinare, a nord della città antica: colture estensive di cereali alternate a vigneti e frutteti.
•    a E-SE della città antica: colture estensive di leguminose, forse di piante tessili, alternate a vigneti coltivati ad alberata.
•    lungo il fiume: boschi "ripariali", formati essenzialmente da pioppi, salici, ontani.
•    monte Somma, anche a quote basse: boschi con predominanza di specie diverse di quercia e faggio.
•    monti Lattari, anche a quote basse: boschi con predominanza di faggio misto ad abete.
Il faggio e l'abete sono specie oggi scomparse dalla piana vesuviana: il faggio vive alle quote più alte dei monti Lattari e l'abete in una stazione relitta sul monte Motola (Cilento) a 1700 m s.l.m.
 
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